29-04-2016

Essere lo straniero di qualcuno

di Lara Martelli, Classe B Da anni l’Italia accoglie profughi, migranti arrivati dal Mediterraneo. Spesso arrivano con la loro storia, le loro scelte. Spesso ci sono bambini, con occhi grandi, aperti, a guardare questo nuovo paese. Hanno una lingua diversa, una cultura differente, sono loro gli stranieri nel nostro paese. E diventano i nostri stranieri. Ma ci assomigliamo nella volontà di trovare un futuro più felice, come promessa di questo mondo condiviso.
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di Lara Martelli, Classe B “Interdit aux chiens et aux Italiens” – vietato l’accesso a cani e italiani. È un cartello che mio nonno ricorda di aver visto in un ristorante a Losanna. Ma è un cartello che si è visto anche in Belgio e in Francia. La storia dei migranti italiani all’estero è spesso una storia di povertà, di miseria e di ingiustizia, ma  è soprattutto una storia di speranza per un futuro migliore. Spesso è il marito, il padre che parte. Il lavoro non c’è, si muore di fame nelle campagne. Allora si parte per migliorare la propria vita e quella dei figli. Si lascia la propria terra, si abbandona il proprio mondo e si prende un treno. Si cerca lavoro nei cantieri all’estero, in Europa o in America. Ma solo per qualche mese. Si diventa “saisonnier”. Si comincia a vivere nelle baracche in legno con altri lavoratori. In alcuni casi, la moglie raggiunge il marito, lasciando il figlio ai nonni in Italia. Entrambi lavorano tutto il giorno. Dopo qualche tempo li raggiunge anche il figlio. La famiglia è riunita. All’estero. Però la vita non è facile, il lavoro è duro, la lingua difficile, la cultura diversa. Nel paese straniero c’è anche un ambiente pesante: una parte della popolazione non vuole lavoratori stranieri; non vuole “Questa gente che mangia  spaghetti. E c’è la malinconia del paese natale, dell’Italia.   Questa storia è il percorso di tante famiglie migranti italiane ed è anche quella dei miei nonni partiti dall’Umbria per la Svizzera negli anni Sessanta. Nel XX secolo milioni d’italiani hanno lasciato la propria casa alla ricerca di un futuro migliore. In Svizzera, nel Nord Europa o in America. Ed era una scelta difficilissima. Lasciare la propria terra, il posto dove si è nati, sapendo di non potervi fare ritorno chissà per quanto tempo. Pensare ai figli sapendo che per loro si sposterebbero montagne. Ma in questo caso le montagne si attraversano. E c’è il coraggio di scegliere di partire per una nuova vita, in un luogo sconosciuto. Andare via. Ritrovarsi in un ambiente spesso ostile, diventare vittima di razzismo e discriminazione: “questa gente che parla forte, gesticola”. I diversi. Quelli con una cultura estranea. E a quel punto si diventa straniero. Lo straniero di qualcuno. Oggi l’Italia è di nuovo paese di migrazioni, si pensi all’emorragia della “fuga dei cervelli”. Ma da anni l’Italia accoglie profughi, migranti arrivati dal Mediterraneo. Spesso arrivano con la loro storia, le loro scelte. Spesso ci sono bambini, con occhi grandi, aperti, a guardare questo nuovo paese. Hanno una lingua diversa, una cultura differente, sono loro gli stranieri nel nostro paese. E diventano i nostri stranieri. Ma ci assomigliamo nella volontà di trovare un futuro più felice, come promessa di questo mondo condiviso. Migliorare la propria vita, rovesciare le montagne, imparare a vivere in un ambiente nel quale nessuno ti spiega le regole è sempre una sfida. I migranti lo sanno e ne pagano spesso il prezzo umano, ma chi non le rispetta, chi li vede come problema, come “cani”, chi prova disprezzo, non conosce la propria storia. Quella italiana. Oggi, come ieri, si è sempre lo straniero di qualcuno.

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