25-02-2016

A proposito di Politica e/o politichE

di Matteo Mancino, Classe C Le considerazioni proposte nel blog da Pietro Violante pongono dubbi e stimoli a individuare se non risposte univoche almeno indicazioni/indizi per definire possibili risposte alla domanda: perché una “scuola di politiche” e non una “scuola di politica”?
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di Matteo Mancino, Classe C Le considerazioni proposte nel blog da Pietro Violante pongono dubbi e stimoli a individuare  se non risposte univoche almeno indicazioni/indizi per definire possibili risposte alla domanda: perché una “scuola di politiche” e non una “scuola di politica”? Quando mi candidai a partecipare alla SdP mi colpì la denominazione “Scuola di politiche” al plurale. Trovai motivazione in alcuni passi di Andare insieme, andare lontano. Enrico Letta infatti diceva: «Politiche, cioè contenuti che danno senso effettivo alla politica, intesa come passione per il bene comune, tensione etica, sistema di valori che sta alla base dell'impegno pubblico» aggiungendo una frase per me essenziale: «La politica che vuole incidere sulla realtà, governare e cambiare, richiede appunto un elevato grado di competenza e rigore». Insomma intesi SdP come un investimento (umano) “ecumenico” senza preclusioni valoriali nel target di partecipanti: un momento formativo di acquisizione/consolidamento di strumenti, piuttosto che di filosofia politica. E, per esser chiari, non tanto con valenza didattica (sarebbe piuttosto necessario iscriversi a Scienze politiche, Sociologia e altri corsi) quanto esperienziale. Qualche tempo fa, nell'ambito dei miei approfondimenti sulla politica, in buona parte da autodidatta, (studio medicina e il mio futuro lo vedo in questo ambito piuttosto che – esclusivamente almeno – in politica) mi imbattei in una frase ancora attuale dell'ecologista Alex Langer, sebbene purtroppo da tempo egli non sia più fra noi: «È “di sinistra” quel che fa la Sinistra (comprese le centrali nucleari, la force de frappe atomica di Mitterand, i progetti autostradali difesi dai sindacati perché danno lavoro...) o bisogna che ci sia qualcosa di “rosso” nei contenuti? È “di sinistra” l'insistenza per lo “sviluppo” (industrialismo, espansione, crescita del PIL) e magari di “destra” la de-industrializzazione?». Siamo nel 1985 e questi dubbi sono in fondo quelli sottesi al dibattito successivo sulla crisi della coppia destra/sinistra, che si sviluppa tra crisi della politica, dei partiti e delle rappresentanze sociali intermedie, deriva populista, criticità ambientale, globalizzazione, nuove tecnologie della comunicazione, ascesa del capitalismo finanziario, polarizzazione nella distribuzione del reddito e delle opportunità, migrazione quasi biblica di masse umane dai tanti sud del mondo verso un nord che fatica a risposte adeguate.. Come ha affermato Luciano Gallino in questi anni si assiste a una nuova lotta di classe dopo la lotta di classe: «La lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall'alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente». In un contesto del genere, quale spazio per la politica? Io ritengo che chi intenda occuparsi di politica possa farlo a diverse dimensioni, da quella prettamente individuale a quella variamente organizzata, movimento o partito che sia. Ma mi chiedo se la definizione della nostra individuale scelta dei contenuti da dare alla parola Politica debba avvenire nell'ambito di una scuola come SdP oppure debba essere piuttosto un percorso individuale, guidato dalla nostra crescita umana e professionale. Un percorso formativo lo vedo utile per acquisire chiavi di lettura, una mappa del presente e delle sue criticità future, per acquisire strumenti e soft skills per leggere e intervenire sul reale: ma l'opzione politica ritengo di no. Studio medicina, dicevo, ma quella che immagino come mia professione non è comunque scevra dalla tangenza con grandi questioni filosofiche e politiche. Da un lato il progresso tecnologico (nel senso asettico di nuove conoscenze) impone tematiche di carattere biopolitico, dall'altro la crisi dei sistemi di welfare impongono/imporranno scelte (politiche) nel settore della medicina: basti pensare a questioni come utero in affitto, baricentro sanità pubblica/privata, applicazioni della genetica, morte assistita. Dare risposta ad ognuna di queste questioni ovviamente non dipende solo dal medico ma implica scelte che non possono ovviare dalle conoscenze della medicina. Certo poi  sarà il sistema di valori (politici, etici, sociali) dominante a definire le coordinate di "equilibrio" di riferimento. Ma può una scuola di politicA individuare le risposte? o piuttosto una scuola di politichE può contribuire ad acquisire un metodo per individuare i problemi e le possibili risposte? Io reputo che quella più congrua sia la seconda opzione. D'altronde, sotto il profilo del metodo, potrebbe una scuola breve occuparsi di Politica? Non rischierebbe di essere solo un bignamino di istruzioni (dall'alto) da imparare a memoria? I partiti come prima non esistono più. Le forme della partecipazione si sono diversificate grazie anche al web, ma penso che un ruolo i partiti seppure in forme più leggere lo abbiano, così come i vari think tank: nell'essere luogo per l'elaborazione delle parole chiave con cui modellare il futuro, attraverso le politiche. Per fare un esempio concreto: nel blog ho parlato della Riforma della PA, citando anche il Freedom of Information Act – con cui finalmente in Italia si vuole perseguire la trasparenza/controllo della Pubblica Amministrazione – ed evidenziavo come senza adeguato apparato sanzionatorio questo strumento di controllo potesse essere depotenziato già al momento del suo avvio. La versione del decreto legislativo attualmente disponibile appare carente proprio su questo aspetto: un esempio di politichE che rischiano di essere inadeguate, che inficiano la scelta politicA. Per me la democrazia è una sorta di  movimento perpetuo, più che come un insieme di termini valoriali "un lavorio continuo di distruzione delle oligarchie" (Zagrebelsky), la tensione al miglior punto d'equilibrio perseguibile fra almeno quattro dimensioni: 1) eguaglianza delle opportunità (valorizzare il merito); 2) curva della distribuzione del reddito (equità); 3) sostenibilità ambientale (solidarietà fra generazioni, non consumando l'ambiente futuro); 4) sterilizzazione dell'impatto derivante dalle diverse condizioni di partenza (solidarietà infragenerazionale). La combinazione di tali elementi a mio avviso consentirebbe una crescita (e non decrescita) sostenibile: non un'idea specifica di futuro da inseguire, piuttosto verso diversi futuri possibili da realizzare. Non so se qualcuno di noi di SdP farà politica come mestiere: nella mia visione la politica dovrebbe essere un’occupazione solo temporanea perché l'avvicendamento nelle posizioni di potere è un meccanismo procedurale essenziale per contenere le derive oligarchiche e generare innovazione. Grazie anche a SdP, se mi capiterà di fare politica, sarò senz'altro più consapevole dell'esigenza di definire le regole del campo di gioco in maniera imparziale. In conclusione, la domanda posta da Pietro è una domanda importante, quindi, forse la Domanda per chi si interessa di Politica, ma penso che la risposta vada cercata e definita, piuttosto che in SdP, altrove: nelle strade, nelle piazze, nelle assemblee, nei circoli, nei partiti, nei luoghi di lavoro, nelle università e nelle scuole. Sarà forse realpolitik, ma per me è importante che le scelte da assumere siano connotate prima di tutto da palpabile solidarietà infra e intragenerazionale per poter davvero, come dice Letta, andare insieme e andare lontano. Poco importerà, allora, se sulla mappa politica il punto di arrivo si trovi un po’ più  sinistra o più a destra, più a sud o più a nord...       Bibliografia minima essenziale: Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe intervista a cura di Paolo Borgna, (2012) Enrico Letta, Andare insieme, andare lontano, (2015) Paolo Mancini, Il Post partito. La fine delle grandi narrazioni, (2015) Marco Revelli, Post-Sinistra. Cosa resta della sinistra in un mondo globalizzato, (2014) Gustavo Zagrebelsky, Contro la dittatura del presente. Perchè è necessario un discorso sui fini, (2014)  
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