10-02-2016

Alla ricerca dell’innovazione democratica

di Alice Andreuzzi, Classe A Dare voce ai cittadini vuol dire permettere loro di sentirsi effettivamente utili alla propria comunità, con la conseguente diminuzione dell’apatia e del disinteresse per la politica. Vuol dire, per i cittadini, essere finalmente ascoltati dai rappresentanti politici, ai quali concederanno sempre maggior fiducia.
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di Alice Andreuzzi, Classe A

L’innovazione è oggi uno dei termini di cui più si abusa in ogni campo della conoscenza umana, specialmente nell'area del marketing. A differenza dell’inventore, che mette soltanto in moto l’atto creativo, l’innovatore è colui che prima realizza un nuovo prodotto e poi è in grado di capirne la portata applicativa in termini economici, industriali, eccetera. Che cosa vuol dire applicare questo concetto alla democrazia? Con il termine innovazione democratica ci si riferisce a tutte quelle istituzioni progettate al fine di rendere i cittadini più partecipi ai processi di decision-making politica. L’obiettivo non è quasi mai quello di sostituire il modello di democrazia rappresentativa liberale vigente, bensì di accompagnarla così da renderla ancora più democratica e partecipata.   Perché innovazione democratica? Prima di passare a qualche esempio concreto di innovazione, è bene interrogarsi sulle cause che hanno progressivamente condotto a questa esigenza di rinnovamento. La prima e più decisiva ragione è certamente la crisi di rappresentanza che oggi le democrazie attraversano in tutto il mondo. Se quaranta anni fa ciascun cittadino si riconosceva in un partito che sosteneva la propria ideologia e che svolgeva per lui una funzione pedagogica e di sostegno, oggi i partiti politici sembrano aver completamente perso questo ruolo originario. Il partito si muove intorno ad un leader che, attraverso vecchie e nuove forme di comunicazione, si rivolge direttamente ai propri elettori senza che i partiti debbano fungere da intermediari per la diffusione del messaggio ai cittadini. Questi ultimi hanno per lo più perso la propria radicale identità politica ed è accresciuto il numero degli apatici e indecisi, verso i quali si concentrano le campagne elettorali. La crisi economica, d’altra parte, ha incrementato il disallineamento tra rappresentanti e cittadini, sempre più lontani dal concedere la propria fiducia alla classe dirigente. A fronte di un problema così complesso, i teorici della politica hanno analizzato diverse possibili soluzioni. L’innovazione democratica, con le diverse esperienze empiriche, tenta di rispondere alla crisi attraverso forme di partecipazione e deliberazione dei cittadini. Un caso esemplare è quello del tentativo di riforma della Costituzione islandese, definita l’esperienza più inclusiva e trasparente del mondo.   Una Costituzione 2.0 Nell'estate del 2010, la Repubblica parlamentare d’Islanda dà avvio a un lungo processo di elaborazione per la stesura di una nuova Costituzione. 950 cittadini islandesi vengono selezionati casualmente al fine di costituire il National forum. Obiettivo del forum è la scelta condivisa delle linee guida per il testo della Costituzione. I principi scelti, resi organici dall’intervento di saggi specializzati, andavano dalla proprietà pubblica delle risorse naturali all’accesso libero alle cure mediche, dall’attenzione per la trasparenza all’inclusione dei diritti umani. A novembre dello stesso anno, da un ulteriore gruppo di 522 cittadini auto-selezionati – dai quali vengono esclusi i politici – viene formata una Assemblea costituente di 25 cittadini. Questi ultimi costituiscono un gruppo piuttosto eterogeneo: vi sono un pastore, un agricoltore, uno studente, un regista, il presidente di un sindacato, eccetera. Il compito dell’Assemblea è quello di elaborare la prima stesura della nuova Costituzione, partendo dal documento redatto dal National forum. Ma gli aspetti di innovazione non finiscono qui. I 25 incaricati, infatti, decidono di pubblicare di volta in volta il proprio lavoro su un sito dedicato, così da permettere a tutti i cittadini islandesi di esprimere il proprio giudizio al riguardo. A disposizione degli utenti vi sono anche una pagina Facebook e Twitter, un canale YouTube e un album di foto su Flickr. Si tratta di una vera e propria esperienza di decision-making condivisa e deliberata. Sono molti i suggerimenti online presi in considerazione dai costituenti, come l’inclusione del diritto d’accesso a Internet a tutti i cittadini d’Islanda. L’intero processo è naturalmente caratterizzato dalla massima trasparenza: riunioni in streaming, verbali messi a disposizione per il download ecc. La bozza completa della nuova Costituzione è scaricabile dal sito www.stjornlagathing.is/english. Con il referendum del 2012 i cittadini approvarono l’innovativa Costituzione, sebbene non vi fu un grande afflusso alle urne. La maggioranza in parlamento, però, che aveva su questo pieni poteri, scelse di ignorare la Costituzione. Il progetto di innovazione democratica più inclusivo e trasparente del mondo risultò dunque fallito. Molti aspetti del procedimento, infatti, non erano stati valutati correttamente. All'inizio del percorso, per esempio, non erano ancora chiare le tappe dello stesso, rendendo l’esperienza oscura a molti.  La stessa scelta dei membri dell’Assemblea costituente venne guardata con sospetto dai cittadini.   E in Italia? Al di là degli aspetti che hanno reso fallimentare l’esperienza islandese, è però importante sottolineare il grande impegno con il quale si è tentato di includere i cittadini nel processo di decisione politica. In Italia, in questi ultimi anni, nascono le più interessanti esperienze di innovazione democratica. Un caso fra gli altri è l’esperimento di bilancio partecipativo della città di Monza. La città lombarda ha permesso ai propri cittadini di intervenire attraverso assemblee pubbliche, forum e proposte sul sito per stabilire come impiegare parte del bilancio. In particolare, ciascun quartiere aveva a disposizione 80mila euro e ogni cittadino di età superiore ai 16 anni poteva partecipare. Sulla piattaforma monza.bipart.it è possibile conoscere i quaranta progetti vincitori che vanno dal green wi-fi all'incremento delle piste ciclabili, dai progetti educativi per le scuole all'ideazione di percorsi a tema per vivere i parchi della città. Gli esperimenti di bilancio partecipativo non nascono né si fermano certo nel comune lombardo. In Toscana, ad esempio, sono note le esperienze della città di Arezzo e del Comune di Monteriggioni. “Io conto” è il titolo del processo partecipativo usato ad Arezzo nel 2010 e 2012, i cui aspetti specifici sono consultabili sul sito www.comune.arezzo.it. L’obiettivo era quello di individuare le priorità di spesa per alcuni ambiti delle politiche comunali in vista di una responsabilizzazione dei cittadini verso i bisogni della propria comunità. Sempre nel 2012, inoltre, ha avvio il bilancio partecipativo nel comune di Monteriggioni (www.comune.monteriggioni.si.it). Un campione di cittadini, rappresentativi sotto il profilo sociale, demografico e territoriale, sono stati coinvolti in assemblee di presentazione, incontri di discussione e infine di progettazione dove era possibile sia conoscere l’attività del Comune che proporre nuovi progetti o nuove modalità di distribuzione delle risorse. I limiti delle esperienze di innovazione democratica sono ancora molti, soprattutto se si sceglie di applicarle a realtà più grandi ed esigenti. Nonostante questo, gli aspetti positivi sono facilmente intuibili. Lo scopo è in primo luogo pedagogico: durante la deliberazione i cittadini accrescono la propria conoscenza e si confrontano con gli altri, così da allargare il proprio punto di vista e abituarsi all'ascolto e al rispetto reciproco. Dare voce ai cittadini vuol dire permettere loro di sentirsi effettivamente utili alla propria comunità, con la conseguente diminuzione dell’apatia e del disinteresse per la politica. Vuol dire, per i cittadini, essere finalmente ascoltati dai rappresentanti politici, ai quali concederanno sempre maggior fiducia.
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