06-02-2016

Caucus, Fagioli e Fantasmi del Passato

di Luca Leoni, Classe B Tra lanci di monetine, pareggi virtuali e litri di caffè bevuti si è conclusa la mia lunga maratona notturna per seguire i caucus americani, il primo assaggio di quella che è destinata essere una delle campagne elettorali più avvincenti degli ultimi anni. Che “le cose fossero un po’ più complesse” da come apparivano dalle prime pagine dei giornali c’era da aspettarselo.
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di Luca Leoni, Classe B Tra lanci di monetine, pareggi virtuali e litri di caffè bevuti si è conclusa la mia lunga maratona notturna per seguire i caucus americani, il primo assaggio di quella che è destinata essere una delle campagne elettorali più avvincenti degli ultimi anni. Che “le cose fossero un po’ più complesse” da come apparivano dalle prime pagine dei giornali c’era da aspettarselo. I caucus in Iowa da sempre rappresentano una incognita sia per gli analisti che per i politici che in questo stato iniziano la loro lunga corsa verso la Casa Bianca. Lo sa bene Mike Huckabee che, arrivato primo ai caucus repubblicani nel 2008 col 34%, dopo la disastrosa performance di lunedì si è ritirato dalla corsa. Lo sa bene Rick Santorum che sempre in Iowa nel 2012 arrivò primo tra i repubblicani, seppur i sondaggi del giorno prima lo davano al sesto posto. La stagione delle primarie statunitensi inizia proprio in Iowa ed è per questo che i suoi abitanti hanno coniato un detto: “Non siamo i primi perché siamo importanti, ma siamo importanti perché siamo i primi”. La grande macchina dei due maggiori partiti proprio in Iowa trova un elettorato difficile ed informato, che pretende di conoscere a fondo i candidati. L’Iowa è una manna per i candidati che cercano notorietà nazionale con un buon piazzamento e una disgrazia per i super favoriti che non riescono a sfondare. Molti candidati minori arrivano a spendere fino ad un anno nelle pianure ondeggiate dello Stato, battendo palmo a palmo ogni centimetro quadrato pur di ottenere un terzo o un quarto posto ai caucus, in modo da ritrovarsi catapultati nella cerchia dei grandi favoriti. Gli incontri elettorali nello Stato non consistono infatti in folle oceaniche che ascoltano il monologo del candidato in grandi e gremite piazze, ma più spesso in incontri faccia a faccia, nei bar, nelle palestre, nelle chiese. Non deve sorprendere quindi che uno dei riti più caratteristici delle elezioni statunitensi si svolga proprio in Iowa: il Coffee Bean Caucus. Si tratta di una simpatica tradizione che ha luogo presso l’Hamburg Inn di Iowa City, una tavola calda dove a ciascun cliente è dato un fagiolo da mettere nel barattolo del proprio candidato preferito. Da Reagan a Obama, quello dell’Hamburg Inn è una tappa obbligatoria per i candidati in cerca di notorietà. Nel corso degli ultimi mesi abbiamo visto spesso Hillary Rodham Clinton, front-runner del partito democratico, sorseggiare un caffè in un piccolo bar di Des Moines, parlare coi commercianti di strada o concedersi per qualche scatto con coloro che partecipavano ai piccoli incontri organizzati nelle decine di cittadine dello stato. Una media di tre incontri al giorno, quasi ogni giorno. Una macchina organizzativa rodata e con diverse elezioni alle spalle è in piedi da molti mesi, con volontari in ogni contea, i quali hanno capillarmente fatto campagna a favore della loro candidata. E’ l’unico modo per vincere in Iowa e la Clinton ha fatto tutte le mosse giuste. Il ricordo del 2008 era troppo forte in lei: il suo terzo posto quell’anno rappresentò il primo stop alla sua campagna e l’ascesa dell’allora semisconosciuto senatore dell’Illinois Barack H. Obama. L’imperativo era quindi quello di vincere lì e in più stati possibili tra quelli che per primi vanno alle primarie, così da evitare una campagna su 50 stati che avrebbe dissanguato sia la candidata che le finanze del suo comitato elettorale. Ma allora perché non ha sfondato? Cos’è andato storto? La verità è che un 74enne senatore democratico del Vermont, per niente “cool” e per giunta dichiaratamente definitosi “socialista”, ha sparigliato le carte. Bernard Sanders, per tutti Bernie, è riuscito a fare quello che pochi si aspettavano da lui: col suo slogan #feelthebern è riuscito a conquistare i millenials, cioè i ragazzi nati tra gli anni ’80 e il 2000. Ragazzi che masticano pane e social network, un mondo lontanissimo dal senatore, che in Italia sarebbe definito un “tipico prodotto da Prima Repubblica”. Sanders è riuscito a mettere su una coalizione di sostenitori con un’estrazione sociale ed storie molto diverse alle spalle, dai ragazzi di Zuccotti Park (Occupy Wall Street) che nel 2011 infiammarono gli Stati Uniti fino a ragazzi di diciassette - diciotto anni alla prima esperienza politica in assoluto. I risultati che sono apparsi sul New York Times subito dopo il voto sono spietati per la ex first Lady: l’84% della fascia 17-29 ha votato per Sanders. Ma si difende egregiamente nella fascia 65+, dove ha collezionato il 69% dei voti. I millenials sono giovani uomini e soprattutto donne che sono cresciuti in una società più giusta rispetto a quella dei loro genitori, ma nel pieno della crisi economica. Per questo dalle analisi viene fuori che le persone con più di 45 anni considerano come “molto importante” per la loro scelta il tema della prima donna Presidente, mentre i giovani sono più sensibili agli argomenti economici.                                                                                   Confortanti sono anche i risultati su chi potrà vincere la nomination: secondo gli elettori democratici è la Clinton colei che ha più possibilità (77%), anche se gli elettori sono concordi nel dire che il suo messaggio fa fatica ad arrivare. Chi ha assistito ai comizi di Sanders parla di un fervore quasi mistico che si sprigiona nella sala al suono delle parole del candidato. Mentre la Clinton ha poco appeal. Che inevitabilmente si trasmette alla sua campagna, che sembra mancare di energia. Tuttavia i limiti del candidato socialista sono davanti agli occhi di tutti. È un candidato poco “presidenziale”, in età già troppo avanzata (nel giorno dell’insediamento avrebbe 75 anni e sarebbe il presidente più anziano mai eletto). È un candidato che non potrà mai contare sul pieno appoggio dei “moderati”, ma soprattutto non è (ancora) riuscito ad arrivare al cuore delle minoranze. Iowa, New Hampshire, Vermont sono tutti stati a maggioranza bianca (si è soliti dire che in questi stati gli elettori siano very liberal and very white) e quindi poco rappresentativi dell’elettorato nazionale. Il suo team in questi due mesi ha incentrato la campagna su un ampliamento della base elettorale, facendo leva su argomenti come l’eliminazione delle tasse universitarie e il taglio dei tassi d’interesse sui prestiti studenteschi, temi da sempre a cuore degli afro-americani e delle classi più deboli. Un messaggio che in questi giorni, grazie alla vittoria in Iowa, inizia ad arrivare, ma che fino ad ora ha prodotto pochi risultati negli stati multietnici. Quello che quindi risulta evidente da questa prima tornata di primarie è che i giochi sono aperti e che la partita si deve spostare in New Hampshire senza indugi. Il team della Clinton ha sempre considerato perduto questo stato del Nord Est, data la vicinanza col Vermont, terra natale di Sanders. Tuttavia mai come ora per l’ex Segretario di Stato è importante colmare il gap, riuscire a ridurre la distanza col suo rivale al minimo, ribadendo il suo essere il miglior candidato portavoce delle istanze delle minoranze. Un risultato schiacciante di Sanders gli fornirebbe la copertura mediatica di cui ha bisogno per sfondare negli stati del Sud (tappa successiva delle primarie), dove fino ad ora il Senatore è poco conosciuto. I riflettori sull’Iowa si spengono e a me viene da chiedermi? È stato davvero così brutto per la Clinton? Per il candidato Clinton senza dubbio, tutti gli analisti sono concordi. Ma per Hillary la vittoria, seppur di un soffio, serve ad esorcizzare la paura di otto anni fa, un’esperienza che lei stessa nelle sue memorie ha definito “excruciating”, straziante. Ed è per questo che nella notte di lunedì è salita sul palco (interrompendo la diretta dei media dal discorso della vittoria di Ted Cruz, ndr) ed ha esclamato, al colmo dell’emozione, “What a night!”. Chi la conosce bene ha sempre affermato che la Clinton dà il meglio di sé quando è con le spalle al muro. Io non so se è così. Ma se è vero son sicuro che ne vedremo delle belle il 9 febbraio in New Hampshire.
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