15-02-2016

Chi ha incastrato il Piano Juncker?

di Rocco Probo, Classe B Gli ostacoli che il piano sta incontrando sono quindi ben noti, ovvero le divisioni, la mancanza di solidarietà e gli interessi nazionali all'interno dell'Unione Europea. Ostacoli che sembrano ingabbiare non solo il piano, ma anche il benessere dei cittadini europei nei prossimi anni.
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di Rocco Probo, Classe B Quando nella seconda metà del 2014 venne annunciato, l'Investment Plan for Europe o Piano Juncker si caratterizzava per un insieme di interessanti novità rispetto alle politiche fino a quel momento adottate in Europa. Innanzitutto si spostava lo sguardo dal breve al lungo periodo [1]. Si intendeva intervenire poi sulla componente degli investimenti, largamente colpita dalla crisi finanziaria [2]. Infine rappresentava l'unica iniziativa interessata ad una politica fiscale aggregata, come il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi aveva sottolineato [3]. Da un punto di vista programmatico il piano aveva come obiettivo quello di movimentare almeno 315 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi nei tre anni successivi, di adottare iniziative volte a garantire che questi investimenti soddisfino i bisogni dell'economia reale, di rimuovere gli ostacoli normativi agli investimenti. Per riuscire a movimentare l'ammontare programmato si è creato un Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (FEIS), ovvero un fondo di garanzia di 21 miliardi finanziato per 16 miliardi dalla Commissione UE e per 5 miliardi dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Il successo del piano non dipenderà quindi dalla quantità di risorse, piuttosto limitata, ma dalla qualità della finanza offerta [4]. Attraverso una serie di prestiti e di garanzie per progetti con un profilo di rischio più alto la Commissione spera di attuare un effetto moltiplicatore 1:15, trasformando quindi ogni euro prestato o posto a garanzia in quindici euro spesi in investimenti. In questo modo la FEIS, grazie a capitali privati, punta a finanziare sia piccole e medie imprese sia progetti nel campo delle infrastrutture, in particolare la banda larga, le reti energetiche e il trasporto, nell'istruzione, nella ricerca e nell'innovazione, nelle energie rinnovabili e nell'efficienza energetica. Dopo praticamente un anno di attività il FEIS ha rilasciato nel gennaio 2016 un documento circa lo stato di progresso del piano. Ad oggi sono stati movimentati 50 miliardi, equamente suddivisi tra i 42 progetti in infrastrutture e innovazione e in finanziamenti alle piccole e medie imprese, in 22 dei 28 Paesi membri. L'avvio, specie quello operativo, non sembra quindi essere stato dei più spediti [5]. Lo stesso ministro dell'Economia italiano Padoan – nonostante l'Italia sia tra i Paesi che maggiormente ha beneficiato del piano con 7 miliardi movimentati – ha sottolineato questa lentezza. Un giudizio più completo potrà essere dato solo alla fine di questo anno, entro quando il Gruppo BEI conta di movimentare il 40-50% dei 315 miliardi totali. Tuttavia alcuni aspetti dei primi interventi mostrano già alcuni fattori che potrebbero ridurre, secondo alcuni analisti, l'efficacia del piano. Innanzitutto non tutti i progetti sono autenticamente nuovi. La questione era stata già sollevata da Wolfang Münchau sul «Financial Times» [6], il quale avvertiva del fatto che alcuni investimenti si sarebbero realizzati ugualmente anche senza il piano Juncker, riducendo pertanto l'effettivo stimolo fiscale. Un esempio, come evidenzia Frances Coppola, è il programma Smart Meter del Regno Unito per l’installazione dei contatori intelligenti nelle case che il governo aveva in cantiere da anni, e lo avrebbe portato avanti anche senza i fondi del FEIS [7]. Tuttavia si è preferito opportunisticamente approfittare di tali fondi, negandoli ad una diversa allocazione. Oltre a ciò il piano non supera i mantra rigoristi tedeschi. Gli Stati Membri con margini di manovra continuano a non investire, nonostante l'invito di Jean-Claude Juncker contenuto nello stesso documento “Un piano di investimenti per l'Europa”. Inoltre, non si sfruttano a pieno i tassi a zero emettendo obbligazioni che avrebbero il vantaggio di finanziare progetti a basso rischio per ridurre il gap infrastrutturale e allo stesso tempo prosciugare l'eccesso di liquidità non investita perchè alla ricerca di ritorni sicuri. Gli ostacoli che il piano sta incontrando sono quindi ben noti, ovvero le divisioni, la mancanza di solidarietà e gli interessi nazionali all'interno dell'Unione Europea. Ostacoli che sembrano ingabbiare non solo il piano, ma anche il benessere dei cittadini europei nei prossimi anni.   [1] “Restoring EU competitiveness”, 2016 updated version, European Investment Bank [2] “Un piano di investimenti per l'Europa”, 15 luglio 2014, Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, alla Banca Centrale Europea, al comitato economico e sociale europeo, al comitato delle regioni e alla Banca Europea per gli Investimenti [3] “Introductory statement to the press conference (with Q&A)”, 4 dicembre 2014, European Central Bank [4] “E adesso vediamo di che pasta è fatto il Piano Juncker”, 18 luglio 2015, Umberto Marengo [5] “Il lento avvio del piano Juncker: il 2016 sarà cruciale”, 3 gennaio 2016, Repubblica.it [6] “The Juncker fund will not revive the eurozone”, 30 novembre 2014, Wolfgang Münchau [7] “Il Piano Juncker, ovvero: molto rumore per (quasi) nulla”, 6 febbraio 2016, Frances Coppola   Riferimenti aggiuntivi:      
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