24-02-2016

Chi non riesce a guardare oltre non occupi il nostro futuro

di Mauro Cicalò, Classe C 1.700.000 è il numero dei transfrontalieri che tutti i giorni lavorano in uno stato dell’Unione Europea diverso da quello in cui risiedono. 60.000.000 sono gli autotrasportatori che ogni anno passano almeno una frontiera. Abolire Schengen significa prima di tutto ripristinare i controlli, che tradotto in numeri significa un aggravio di spese per i singoli paesi e una diminuzione del traffico di merci e persone. Cosa porta a un dibattito cosi acceso?
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di Mauro Cicalò, Classe C L’aereo atterra a Strasburgo leggermente in ritardo, come sempre. Dentro l’aeroporto la solita pigra massa di funzionari del Parlamento Europeo si mescola ad un numero imprecisato di semplici turisti e viaggiatori di professione, sempre molto pochi a dir la verità. Dopo pochi minuti mi fermo, una lunga fila di persone blocca l’accesso al Terminal. Mi giro in tondo alla ricerca di qualcuno che potesse darmi spiegazioni, ma sembra non esserci anima viva. Aspetto. Sono passati ben più di trenta minuti e i controlli sono al piano di sotto. Davanti a me qualche collega sbotta, e non sono in pochi: qualcuno in tedesco, altri in italiano, inglese e francese. C’è voluto un po’ di tempo per rendermene conto: il signore davanti a me aveva appena aperto il giornale, uno dei principali quotidiani francesi mostra un articolo che occupava sì e no mezza colonna in prima pagina: “Schengen bloccato temporaneamente in tutto il paese per motivi di sicurezza”. Un problema da poco: soltanto un balzo di più di vent’anni indietro. Capire Schengen parte soprattutto da questo presupposto. Mettiamo da parte le richieste politiche, pur legittime, e concentriamoci sui numeri: 1.700.000 è il numero dei transfrontalieri che tutti i giorni lavorano in uno stato dell’Unione Europea diverso da quello in cui risiedono. 60.000.000 sono invece gli autotrasportatori che ogni anno passano almeno una frontiera. Abolire Schengen significa prima di tutto ripristinare i controlli, che tradotto in numeri significa un aggravio di spese per i singoli paesi e una diminuzione del traffico di merci e persone. Cosa porta a un dibattito cosi acceso? La diatriba è molto difficile da sintetizzare in numeri e diventa quasi esclusivamente politica: la parola d’ordine sembra essere “Sicurezza”, perché Schengen non assicurerebbe un controllo delle frontiere, soprattutto rispetto ai flussi di immigrati fortemente aumentati negli ultimi anni, all’aggravarsi delle crisi nell’area del Mediterraneo. Tuttavia bisogna precisare che abolire Schengen non porterà a una diminuzione dei traffici di “migranti” e non porterà direttamente ad una maggiore sicurezza. Paesi come l’Italia, trovandosi ai confini dell’Europa, avrebbero anzi soltanto lo svantaggio di essere ancora più isolati rispetto alla gestione dei profughi, che sarebbero costretti a rimanere “intrappolati” nel paese. Lo scontro è politico, abbiamo detto, ma non si basa soltanto sul problema dell’immigrazione, segue piuttosto una certa tendenza, soprattutto da ambienti di estrema destra, della ripresa del concetto di “Sovranità” e del recupero di una struttura, quella dello Stato Nazionale, più volte colpita dalle politiche di questi ultimi decenni. Non è un caso che la principale minaccia a Schengen arrivi da partiti spesso xenofobi e si giochi su quello, che fin dal Medioevo, è il ruolo principale dello Stato: la difesa dei suoi cittadini. Se il dibattito fosse più serio probabilmente staremo a discutere sul ruolo che oggi, all’interno di una comunità complessa come quella europea, hanno i singoli stati. Magari qualcuno potrebbe citare Westfalia e ripercorrere la storia dei cambi di paradigma tra popolo e politica ma lo scontro è solo sul presente e, purtroppo, neppure nella sua completezza e complessità. Chi chiede l’abolizione di Schengen non ha una effettiva prospettiva sul futuro ma ben più pratici interessi politici: chiudere le frontiere potrebbe, infatti, creare un effetto temporaneamente rassicurante sull’opinione pubblica interna di alcuni paesi, sicuramente molto utile in campo elettorale, ma pericoloso in ottica futura. Risolvere i problemi del presente o cercare di guardare oltre è una scelta che spesso ci si deve ritrovare a fare in politica. Una dicotomia, non sempre un’opposizione. Siamo tutti d’accordo a credere che “nel lungo periodo siamo tutti morti”, però prima o poi arriva e allora ci si ritrova a dover ricercare sempre nuove soluzioni che finiscono, quasi sempre, a ritardare il problema e la soluzione. Davvero ripristinare le frontiere è l’unica scelta che l’Europa può fare nel breve periodo? Certamente no, le scelte politiche sono complesse e devono tenere in considerazione il ritorno dei singoli interessi nazionali. Il discorso sulla sicurezza deve essere una priorità nell’agenda europea, soprattutto su un fronte comune di difesa e di sicurezza, fallito nella costituzione della CED (Comunità Europea di Difesa) lanciata già nel 1953. Proprio oggi un ente comune che aiuti le forze di sicurezza nazionali aiuterebbe l’Europa che senza Schengen non può esistere. A salvare l’Europa non saranno i governi o i burocrati di Bruxelles. L’Europa deve cambiare in fretta cercando di tornare ai suoi principi e ascoltando chi non ha avuto ancora voce nella discussione. Mi riferisco a chi nell’Europa unita c’è nato e continuerà a vivere, chi fa parte della generazione Erasmus, chi non è mai stato abituato a fare i conti in lire  prima di convertirli in Euro, chi è abituato fin da piccolo a viaggiare grazie ai voli low-cost, e chi magari non si sentirà totalmente europeo anche se ha vissuto in Francia, Spagna o Inghilterra, ma sa benissimo che nel mondo di oggi siamo tutti troppo piccoli per rimanere divisi. Chissà se l’Europa la salveranno i nostri giovani, certamente ognuno di noi deve fare lo sforzo di chiedersi se tutto quello che abbiamo avuto in questi anni sarebbe stato lo stesso senza Europa e soprattutto chiedersi se chi sta nelle istituzioni ha un idea chiara di come vorrebbe il mondo. Perché, forse, guardare lontano non sarà obbligatorio per fare politica, ma è necessario per costruire il futuro.    

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