18-02-2016

Cirinnà: la storia della filosofia insegna

di Giulia Quinzi, Classe C All'ordine del giorno è l’approvazione dell’ormai rinomato Ddl Cirinnà, legge il cui testo si occupa di regolamentare le unioni civili, che normalizzano i rapporti di convivenza delle coppie omosessuali ed eterosessuali all'interno della legalità dello Stato italiano.
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di Giulia Quinzi, Classe C All'ordine del giorno è l’approvazione dell’ormai rinomato Ddl Cirinnà, legge il cui testo si occupa di regolamentare le unioni civili, che normalizzano i rapporti di convivenza delle coppie omosessuali ed eterosessuali all'interno della legalità dello Stato italiano. Questa mia riflessione non è mirata a discutere la questione in termini etici; molti fattori possono influenzare il proprio parere riguardo alla moralità di un determinato accadimento. Non penso di potere essere definita relativista se concordo con la tesi di Hegel secondo cui la morale a cui ci si deve attenere è figlia della situazione e del contesto storico e culturale in cui si vive, piuttosto che essere astrattamente stabilita da un imperativo categorico tanto deontologico quanto astratto. Dunque è logico che, dipendentemente dall’educazione ricevuta dalla propria famiglia, dall'appartenenza o meno a un credo religioso, dal contesto sociale di riferimento e dalla propria indole personale, tutti idoli dai quali siamo involontariamente ma inevitabilmente influenzati, svilupperemo poi un categoriale che ci farà esprimere i nostri giudizi di valore in modo coerente verso noi stessi e più o meno efficaci per la vita pratica. Fortunatamente, a mio avviso, lo Stato non può essere considerato unicamente arbitro assoluto del bene e del male, detentore di fissità nel tempo e incontestabilità. La civiltà progredisce attraverso la storia, segue  uno sviluppo evolutivo che tende verso la libertà, e all’interno di un quadro di riferimenti valorici che deve essere sì stabile, ma il più ampio e generico possibile, i cittadini devono lottare per i propri diritti, dei quali prendono progressivamente maggior coscienza, e far sì che gli stessi  trovino riconoscimento istituzionale. Questa opinione non fa che radicarsi all’interno della secolare tradizione liberale che sin dal filosofo politico Locke ha riconosciuto a tutti i singoli sfere di diritti e libertà assolutamente necessarie e non invadibili dal potere dello Stato, sfere delimitate all’interno delle quali ciascun cittadino possa agire autonomamente e fare le sue scelte in maniera indipendente e non condizionata estrinsecamente. Ciò che cambia, rispetto al Diciassettesimo secolo di Locke, è il contenuto delle sfere di non ingerenza statale: l’autonomia che prima era riservata soltanto a tematiche come il culto religioso e il pensiero filosofico, adesso dovrebbe essere riconosciuta anche a una questione personale come la scelta di amare e condividere la propria vita con qualcuno. Il dovere dello Stato, assolutamente non opinabile all'interno di questo panorama liberale, è far sì che i cittadini trovino riconosciuti e regolamentati, in maniera solida e inequivocabile, i diritti suddetti, così che la libertà di azione non possa essere in alcuna maniera frustrata e usurpata. Vorrei prendere spunto dall'analisi socio-storica effettuata dal  sociologo  Bauman per chiarire meglio la mia tesi. Secondo Bauman, in un certo momento del secolo scorso, coinciso con lo sviluppo del capitalismo leggero in economia, si è assistito, all'interno delle elite politiche al vertice dei diversi Stati, un radicale mutamento; nazioni potenti e sviluppate che prima erano controllate e dirette da un potere forte che poneva l’accento sull'ordine, il supercontrollo e la prevedibilità (di cui si temeva la degenerazione in totalitarismi), stanno ora attraversando uno stadio fluido in cui un vuoto di potere al vertice (i cosiddetti uffici supremi posti a vigilare sulla regolarità del mondo), lascia la massima libertà, ma anche il massimo disorientamento al singolo individuo. Non sussiste più una regolamentazione, neppure formale, delle sue azioni e ciò comporta un’inefficacia dei mezzi con i quali perseguire i propri fini individuali. Ciò che tenta di dimostrare Bauman è che il potere dello Stato, e in particolare la sua facoltà legislativa, che se esercitata in maniera arbitraria e massiccia può comportare un annichilimento della libertà personale, invece utilizzata con raziocinio e metodo è assolutamente vitale per permettere la fioritura libera, personale e responsabile di ogni cittadino. Tornando al tema di partenza, ovvero alla legge avente come oggetto le unioni civili, in discussione in Parlamento proprio in questi giorni, ritengo che la sua attuazione sia totalmente necessaria e non ulteriormente posticipabile. I membri delle coppie omosessuali, come anche delle coppie eterosessuali che scelgono di convivere senza sposarsi, sono una realtà non più ignorabile, nonché tessuto fondamentale della nostra società al pari di ogni altro cittadino (se i bacchettoni vogliono chiudere gli occhi, che lo facciano pure, andranno a sbattere contro qualche lampione); pertanto il diritto a vedersi riconosciuta una tutela della loro scelta, in maniera esattamente uguale a quello della scelta del matrimonio, deve essere regolamentato e normalizzato all’interno del nostro ordinamento giuridico in quanto ordinamento di una Repubblica liberale e democratica.
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