11-04-2016

Da Esopo a oggi: la Grecia tra favole e realtà

di Francesco Giarmoleo, Classe C L’anno scorso si è avuta l’impressione che la vecchia favola di Esopo si sia riproposta su scala internazionale, con la “spendacciona” cicala (la Grecia), sommersa dai debiti fino al collo e la laboriosa formica (la Germania), sorda alle sue richieste di flessibilità.
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di Francesco Giarmoleo, Classe C Tra le favole universalmente conosciute, un posto di merito lo occupa la storiella della formica previdente e della cicala fannullona, che considero un autentico capolavoro. È una storia semplice, chiara e con un potente messaggio morale che si imprime nitidamente anche nella mente dei più piccoli: la formica che inizialmente sacrifica il suo divertimento si rivela, alla fine della favola,  la parte vincente;  la cicala, al contrario, all’arrivo dell’inverno pagherà un conto salatissimo per aver sprecato il tempo prezioso. L’anno scorso la “spendacciona” cicala (la Grecia), sommersa dai debiti fino al collo e la laboriosa formica (la Germania), sorda alle sue richieste di flessibilità, avevano riproposto la vecchia favola di Esopo su scala internazionale. E probabilmente molti ricordano questa storia con piacere perché, a differenza dell’originale, ha anche un lieto fine: la “cicala” Grecia, infatti, inizialmente chiusa nel suo ostinato rifiuto alle riforme, viene salvata in extremis dalla austera controparte e non abbandonata al freddo come nella versione originale (anche se questo l’ho scoperto solo crescendo, perché i miei genitori non hanno mai voluto raccontarmi un finale così crudele).   Ma è andata  proprio così? È vero che il popolo greco dallo scoppio della crisi ha continuato con i suoi vecchi vizi (le famose pensioni d’oro a 50 anni, l’intero Paese “fannullone” mantenuto dalla Pubblica Amministrazione e così via) cercando di “cantare” fino all’ultimo come la sciocca cicala? La realtà sembra essere drammaticamente diversa dalla favola raccontata sugli schermi. Infatti, ad abbattere il mito delle pensioni d’oro ci pensa una fonte insospettabile, lo «Spiegel», quando riporta che, grazie alle riforme, l’età media di pensionamento in Grecia è simile a quella tedesca (61,4 anni) [i]. E tenendo presente che il costo del pensionato medio over 65 greco è nettamente inferiore rispetto alla media europea[ii], ne viene fuori un quadro tutt’altro che roseo per i contribuenti ellenici. Per sfatare il mito dipendenti pubblici “intoccabili”, invece, basta dare un’occhiata alla relazione del 2014 sulla Grecia fornita dalla commissione europea[iii]: a fronte di 907.351 dipendenti pubblici nel 2009, il numero è drasticamente sceso a 651.717 nel 2014. Insomma, un taglio dei posti che si aggira intorno al 25% in appena 5 anni! Anche l’immagine di un paese che si rifiuta ostinatamente di avviare le riforme strutturali sembra essere molto lontano dalla realtà. Come ogni anno, la World Bank, attraverso la sua commissione “Doing business”[iv], ha stilato la consueta classifica di 189 Paesi basata su un set di 10 indicatori prevalentemente strutturali. Il report che vedeva la Grecia crollata al 96esimo posto allo scoppio della crisi, nel 2015 la vede raggiungere la 61esima posizione[v]! E questo per la buona pace di chi sostiene che  le riforme, i greci, non le hanno volute fare. Ma, si potrebbe obiettare, perché tirar fuori questi numeri proprio ora? In fin dei conti, lo scorso gennaio Tsipras ha spento la sua prima candelina alla guida del paese e le riforme stanno mettendo la Grecia sul binario giusto; ormai la bufera è passata e le frenetiche settimane estive del 2015 rimangono solo un brutto ricordo.   O forse no? Purtroppo la situazione è tutt’altro che felice: i riflettori delle Tv sono spenti, ma il paese non è affatto in via di guarigione. I tagli proseguono, così come le privatizzazioni; e nel silenzio generale dell’opinione pubblica di casa nostra, Atene è stata teatro di violenti scontri tra la polizia in assetto antisommossa e centinaia di agricoltori cretesi, inferociti contro la nuova riforma delle pensioni. Nemmeno dal prodotto interno lordo giungono buone notizie: l’Elstat, l’istituto di statistica ellenico, ha riferito che il PIL ha subito una contrazione dello 0,6%[vi] nell’ultimo trimestre del 2015 rispetto ai tre mesi precedenti.   Questi fattori allarmanti, uniti alla tragedia dei migranti a cui il paese si è trovato a far fronte praticamente abbandonato a se stesso, rischiano di mettere insieme un cocktail esplosivo dagli esiti imprevedibili.   E vista la situazione incandescente, i protagonisti scaldano i motori. Da un lato Angela Merkel, sembra irremovibile («non è il governo tedesco a opporsi a un taglio del debito della Grecia, ma questo non è consentito dalle regole dell'Eurozona»), dall’altro una preoccupata Christine Lagarde avverte che senza la riduzione del debito ellenico (che viaggia ormai verso il 180% del PIL), il FMI ritirerà i fondi in aiuto di Atene, avviandola verso la bancarotta. La tensione è palpabile e la posta in gioco è altissima: perché il possibile Grexit non è un gioco di numeri, un semplice esercizio “per far quadrare i conti” ma è un vero crocevia nella storia dell’Unione.   La speranza è che questo “punto di non ritorno” possa portare ad una stagione ben diversa dall’attuale, dominata da tecnicismi, egoismi e dall’ossessivo utilizzo di quella “ottusa austerità” (come la definì in maniera calzante il mio professore di microeconomia durante una conferenza) imposta in maniera quasi dogmatica, che spesso è sembrata più una punizione per colpe passate che uno strumento per rimettere in sesto le economie disastrate dei paesi debitori.   C’è bisogno di un’Europa differente dall’attuale, ben descritta dalle parole di papa Francesco durante il suo discorso a Strasburgo[vii]: «l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili (…) protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede. L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda e difende e tutela l’uomo; l’Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità!» Per realizzare questo tipo di Unione occorre tener presente che si è tutti dalla stessa parte e che non c’è spazio per egoismi di sorta. Perché, come insegna il finale della favola di Esopo (ovviamente quello “aggiustato” dai miei genitori, in cui la formica e la cicala trascorrono l’inverno insieme), sbattere la porta in faccia all’altro quando è in difficoltà serve a poco. L’occasione per costruire un futuro migliore è fornita, ancora una volta dalla Grecia, culla dell’anima europea; invece di assistere al requiem, speriamo di festeggiare l’arrivo di una nuova fase e di una nuova Europa! Anzi: al ritorno della vera Europa, da sempre collante di popoli diversi tra loro ma ai quali la geografia, e ancora di più la storia, hanno assegnato un destino comune.     [i] http://www.spiegel.de/wirtschaft/soziales/griechenland-was-rentner-im-vergleich-zu-deutschland-wirklich-kriegen-a-1039256.html [ii] http://blogs.wsj.com/brussels/2015/02/27/greeces-pension-system-isnt-that-generous-after-all/ [iii] http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/occasional_paper/2014/pdf/ocp192_en.pdf [iv] http://data.worldbank.org/data-catalog/doing-business-database [v] http://icebergfinanza.finanza.com/files/2015/06/Immagine24.jpg [vi] http://greece.greekreporter.com/2015/11/13/the-greek-economy-contracted-in-the-third-quarter-of-2015/ [vii] https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/november/documents/papa-francesco_20141125_strasburgo-parlamento-europeo.html      

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