31-03-2016

Diritti e libertà: l'amarezza del cattolico

di Michele Testoni, Classe C Che cos’è la libertà, quali sono i diritti fondamentali? Dove la mia libertà finisce e inizia quella dell’altro? Dove devo imporre delle regole e dove devo fermarmi? Periodicamente mi trovo a scontrarmi con questo tema con le persone più disparate. Ammetto che è un tema su cui mi trovo spesso a giocare in difesa perché la mia posizione non è popolare.
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di Michele Testoni, Classe C Puntualmente il dibattito torna fuori: che cos’è la libertà, quali sono i diritti fondamentali? Dove la mia libertà finisce e inizia quella dell’altro? Dove devo imporre delle regole e dove devo fermarmi? Periodicamente mi trovo a scontrarmi con questo tema con le persone più disparate. Ammetto che è un tema su cui mi trovo spesso a giocare in difesa perché la mia posizione non è popolare. Non intervengo mai dicendo di essere credente, praticante, catechista altrimenti l’etichetta che mi viene messa addosso sarebbe immediatamente quella di oscurantista. Ed è inutile che si dica di no, mi è successo ogni volta che ci ho provato fino ad oggi. Sento molti dire che la religione limita la libertà: da credente mi permetto di dire che non è vero affatto perché la religione è essa stessa una scelta libera, una scelta di amore, una scelta di impegno e di servizio, nei limiti del mio carattere, dei miei difetti e delle mie fragilità. Ma è prima di tutto una scelta di rispetto verso gli altri, comunque la pensino. Io sono il primo a scaldarsi quando sento qualcuno giudicare il voto o l’opinione di un altro. E’ un principio su cui tutti siamo d’accordo, citando Laterza, anche sulla libertà siamo d’accordo, a chiunque chiediamo e chiunque intervistiamo. Però nella mia esperienza ho conosciuto molti paladini della libertà e dei diritti essere i primi a calpestare i diritti altrui. A giudicare chi vota diverso da lui, senza capirne le ragioni e pensare che un elettore può essere dall’altro lato del fiume perché non gli è stata data l’opportunità di vedere che vale la pena attraversarlo. C’è chi considera un diritto occupare uno stabile privato o una scuola, ostacolando il diritto allo studio o alla proprietà altrui; ancora c’è chi considera un diritto andare a disturbare e contestare una manifestazione di un partito politico a lui avverso, paradossalmente facendolo al grido di “squadristi” quando questo è un grave segno di immaturità, di arroganza e tale grido andrebbe rivolto a se stessi, c’è chi considera un diritto quello di acquistare droga o andare con una prostituta. Ma di questo ho già parlato in un precedente articolo. E di esempi ne potrei fare molti altri. Bene, io ho un’idea diversa di diritto. Io credo che il diritto non sia solo limitato a una dimensione (ovviamente discutibile) su quanto quello che voglio fare io ostacoli o no quello che vogliono fare gli altri. Io sostituisco a una dimensione di quieto vivere da vicinato una prospettiva che è chiaramente veicolata dalle mie convinzioni religiose. Non lo nego e avete il sacrosanto diritto di non essere d’accordo. Però voglio essere rispettato, ma non nel senso di avere diritto di parola tanto per fare. Non voglio sentirmi dire di essere oscurantista, retrogrado, squadrista o indottrinato. Forse non piace ai più il fatto che pensi all’embrione come a un uomo in potenza e quindi alla sua eliminazione come una vita mancata e quindi una negazione della libertà di esistere di questo individuo? Ognuno di noi è nato da lì. Non mi permetto di  giudicare le situazioni difficili che portano alle scelte di chi decide di non portare a termine la gravidanza ma non capisco perché tutto ciò si debba definire una conquista. Io credo che non sia una conquista, né tantomeno una libertà. Una donna, comunque la pensi, non è libera e felice quando prende una decisione del genere: è condizionata dall’ambiente in cui vive, dalle condizioni economiche, dalla malattia o magari dal dramma di uno stupro, ma è consapevole del dolore di questa decisione e non credo la affronti a cuor leggero. E trovo francamente ipocrita vedere alcune persone sgolarsi per i diritti degli animali e poi essere pronte a parlare di conquista per l’aborto, o parlare di libertà e poi dire che un medico non può essere libero di dichiararsi obiettore di coscienza. Piacerà ancora meno se dico che penso che la sessualità così come vissuta oggi spesso rappresenti una libertà apparente, perché il sesso senza amore, senza un dono esclusivo di sé, per divertimento, non è una conquista ma un mancato rispetto del valore del proprio io, un buttarsi via? E che un amore integrale ed esclusivo evita le situazioni spiacevoli dette sopra? Ed è paradossale, perché quando si tratta di criticare le Olgettine siamo quasi tutti d’accordo. E ancora non credo che avere un figlio sia un diritto: credo che affittare un utero per fare un figlio sia la cosa più umiliante e anti libertaria per la donna che si possa fare, credo che bisogni accettare i propri limiti fisici e biologici qualora non sia possibile avere un figlio. Anche avere le gambe è un diritto, ma c’è chi non le ha, anche la vista, l’udito, la salute. E pur essendo favorevole ai diritti civili penso che un bambino abbia diritto ad una mamma e ad un papà. Questo modo di pensare va giudicato autoritario e anacronistico? Forse. Ma se tu, o lettore, lo giudichi così sappi che mi trovo a disagio quanto te quando esprimi la tua opinione contraria. Secondo te io limito la libertà altrui, secondo me lo fai tu, ma come tutte le grandi parole della vita la libertà ha mille sfaccettature. E allora perché questi scontri feroci? Perché cercare di limitarsi a vicenda? La nostra diversità deve essere libera, come sia io che te ci battiamo perché lo sia.
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