19-01-2016

Diritto e diritti d'amore (nota a margine al libro di Stefano Rodotà)

di Virginia Volpi, Classe A Come costringere tra gli articoli del diritto un flusso di passioni, magari passeggere, magari durature? Eppure, il futuro dell’amore dipende dal diritto, e forse, la credibilità del diritto dipende dalla tutela dell’amore.
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di Virginia Volpi, Classe A Bizzarro, forzato e paradossale sembra l’accostamento fatto dal professor Rodotà tra Diritto e Amore. Il diritto parla di eguaglianza, regolarità, uniformità; l’amore, scriveva Montaigne, è «un movimento ineguale, irregolare, multiforme». Come costringere tra gli articoli del diritto un flusso di passioni, magari passeggere, magari durature? Eppure, il futuro dell’amore dipende dal diritto, e forse, la credibilità del diritto dipende dalla tutela dell’amore.   Il diritto ha finora imbrigliato l’amore nell’istituto del matrimonio, un negozio giuridico, quasi un contratto. Nel codice civile del 1942, rimasto in vigore sino al 1975, l’articolo 144 recitava: “il marito è il capo famiglia..” e il 145  : “... il marito ha il dovere di somministrare alla moglie ciò che è necessario ai bisogni della vita”. L’amore rimaneva innominato e innominabile, mentre comparivano marcati la superiorità dell’uomo e il possesso della donna da parte del marito. Eppure proprio la donna, con il suo “intelletto d’amore”, ha giocato e giocherà un ruolo fondamentale e rivoluzionario.   È il 1946 e all'Assemblea costituente si discute di matrimonio. La formula "il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi" suscita sconcerti e mancamenti. I padri fondatori Vittorio Emanuele Orlando e Piero Calamandrei, insieme al politico Francesco Saverio Nitti, non consci ancora di aver messo al mondo una Costituzione rivoluzionaria che ribaltava la gerarchia delle leggi, guadagnandosi il primato su queste ultime, sono allibiti. E mentre Calamandrei, appellandosi al codice civile, sentenzia che questo codice «nessuno, per ora, che io sappia, vuole cambiare», una voce si leva dall'aula. È quella di Maria Maddalena Rossi. Che esclama: «C’è qualcuno che ha intenzione di cambiare il codice in materia, e sono precisamente le donne italiane». Le donne, storicamente discriminate, private di identità, sottomesse al marito e devote solo ad esso, alla famiglia e alla chiesa, si alzano, si uniscono e si ribellano. Tante ci avevano già provato, a cominciare da  Olympe de Gouges, la battagliera paladina dei diritti delle donne che nel 1788, prima d’esser ghigliottinata, scrisse : «Io parlo in nome del sesso superiore per bellezza e coraggio». Forse solo nella seconda metà del Novecento i tempi sarebbero stati maturi per concludere vittoriosamente questa guerra di civiltà. Nel 1974 un referendum popolare conferma la legge del 1970 sull'introduzione del divorzio. Nel 1975, grazie alla riforma del diritto di famiglia, moglie e marito acquistano gli stessi diritti ed assumono i medesimi doveri all'interno del matrimonio; i “figli della colpa”, nati fuori dal matrimonio, la cui procreazione nel codice del 1930 rientrava tra “i delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe”, non saranno più discriminati. Nel 1978 sarà legittimato l’aborto. Si afferma così l’autodeterminazione della persona, sulla sua vita e sul suo corpo. Sovrana diviene la Persona, e il Diritto assume il compito di fare tutto ciò che è in suo potere affinché si realizzi al meglio. L’articolo 3 della Costituzione ("È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese") trova momentaneamente pace e rispetto. Momentaneamente, perché in una società in continuo movimento i temi e le problematiche saranno sempre nuovi e diversi e con loro gli ostacoli che la Repubblica ha il compito di rimuovere.   Nel panorama attuale i paradigmi di matrimonio e famiglia sono ulteriormente mutati. La relazione di coppia non è più fondata sul matrimonio; il matrimonio non è più fondato su convenienze economico-sociali e non è più finalizzato alla famiglia. Tutto ciò ha trovato un approdo significativo nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, in cui, all'articolo 21, si stabilisce che “il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”. Emerge forte e chiaro come i due diritti siano distinti e non consequenziali. Il diritto di costituire una famiglia non presuppone il diritto, che in tal caso diventerebbe un dovere, di sposarsi, e viceversa. L’articolo 21, inoltre, chiudendo sulle discriminazioni, vieta, in maniera innovativa e progressista, non la discriminazione dovuta al sesso ma quella “all'orientamento sessuale”. Ma allora, come scrive Rodotà, «non si può più sostenere che esiste un principio riconosciuto, quello del matrimonio tradizionale tra eterosessuali, e un’eccezione eventualmente tollerata, quella delle unioni civili, cui potrebbero avere accesso anche persone dello stesso sesso». Non a caso, molti Paesi si sono attivati per riconoscere istituzionalmente questa “eccezione eventualmente tollerata”. Nel 2009 il Portogallo ha riconosciuto legittimità al matrimonio di coppie dello stesso sesso. La stessa cosa è accaduta in Spagna nel 2012, dove i giudici hanno riformulato la definizione di matrimonio, descrivendolo come una «comunità di affetto che genera un vincolo o una società di mutuo aiuto tra due persone che volontariamente decidono di unirsi in un progetto di vita familiare»,  e svuotandolo così da specifiche connotazioni sessuali. Nel 2013 è stato il turno della Francia, che ne ha riconosciuto la costituzionalità; poi del Belgio e dell’Olanda. E poi, giusto l’anno scorso, è stata la volta dell’America. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha riconosciuto il diritto di matrimonio a persone dello stesso sesso e, come si legge nella sentenza: «La Costituzione promette a tutti una libertà, che nei suoi obiettivi, include alcuni specifici diritti che consentano di definire e manifestare nella dimensione giuridica la loro identità …molti ritengono sbagliato il matrimonio tra persone dello stesso, giungendo a questa conclusione in base a rispettabili premesse religiose e filosofiche… in base alla Costituzione... negare questo diritto … perpetuerebbe un danno dopo una lunga storia di discriminazioni.. siamo di fronte ad un diritto fondamentale.. e bisogna sottrarre le persone alle vicissitudini legate alle controversie politiche». Numerosi sono ancora i paesi, come ad esempio Ungheria e Russia, che tuttora considerano l’omosessualità un reato punibile con reclusione o addirittura con la pena di morte, ma questa non può essere una scusa per restare immobili o per fare il minimo necessario. È, al contrario, un’esortazione a fare di più, a riconoscere diritti a chi ancora viene punito e discriminato per non aver commesso nulla. È un incentivo non a concedere le unioni civili tra persone dello stesso sesso ma a riconoscere loro il diritto di sposarsi. E se decidere di fare ciò può sembrare impopolare, pazienza: meglio impopolari che ipocriti. Voler mantenere una falsa tranquillità dello status quo per rassicurare le coscienze è solo ingannevole, se sotto di questo si celano discriminazione e negazione di diritto e di dignità. L’esito sarà «l’esasperarsi dei conflitti per il malessere delle persone», conclude Rodotà, e la delegittimazione della politica per l’incapacità di risolvere i problemi del suo tempo. E dunque, come teorizza il giudice costituzionale Paolo Grossi nel suo ultimo libro Ritorno al Diritto, forse è il tempo di tornare al Diritto fattuale, a quel Diritto intriso di società e di storia, a quel Diritto che si evolve con l’evolversi della società e che quindi riconoscerebbe le nuove formazioni sociali, che in tutto il mondo vanno creandosi ed affermandosi. Lo permettano o no le leggi e la politica.  
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