24-03-2016

Equilibrio precario: il welfare tra crisi e austerity

di Chiara Mancini, Classe A Come un acrobata sospeso su un filo, il welfare europeo sta cercando un nuovo equilibrio. Dai volteggi della “golden age” si passa, alla metà degli anni ‘70, attraverso vari scossoni: fattori economici, sociali, demografici, culturali e politici, intervengono a rompere il delicato equilibrio su cui si era poggiato.
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di Chiara Mancini, Classe A Come un acrobata sospeso su un filo, il welfare europeo sta cercando un nuovo equilibrio. Dai volteggi della “golden age” si passa, alla metà degli anni ‘70, attraverso vari scossoni: fattori economici, sociali, demografici, culturali e politici, intervengono a rompere il delicato equilibrio su cui si era poggiato. A rendere il nostro acrobata ancora più incerto sono arrivati i venti della recente crisi economica. Ma il suo impatto non è stato uguale in tutti i Paesi: quelli che avevano un’alta spesa pubblica e un welfare più strutturato sono riusciti a far fronte alla crisi, sia in termini di PIL che di disoccupazione, più efficacemente rispetto a quelli più diseguali. Allo stesso modo, il welfare può essere un asset per la competitività. Secondo una (ormai) vecchia scuola, un welfare esteso e alti livelli di tassazione ledono la competitività delle imprese sui mercati globali. Questa teoria considera il welfare solo dal punto di vista della spesa. Invece, la spesa sociale ha un effetto stabilizzatore ed economicamente anti-ciclico, perché è diretta soprattutto alle fasce più povere della popolazione, che spendono di più e quindi riattivano l’economia. Ma non si tratta solo di questo. Il welfare promuove soprattutto stabilità sociale attraverso l’inclusione sociale e la redistribuzione della ricchezza, e consente alle imprese di fare affidamento su risorse umane in salute, adeguatamente formate e costantemente riqualificate; lavoratori soddisfatti tendono a essere più produttivi, contribuendo alla performance economica dell’impresa. Questo è vero soprattutto per quelle attività che basano la loro competitività sulla qualità e sull’innovazione e non soltanto sui prezzi. In un contesto simile, con le parole di Hay e Wincott, «Welfare state is not only a competitive advantage, it is a competitive necessity»(The political economy of european welfare capitalism, 2012).   Si può facilmente obiettare che il welfare in Italia è ben lungi dal garantire le condizioni sopra descritte. Affinché sia veramente un alleato, il welfare deve essere efficace, rispondente ai bisogni sociali e capace di attivare le potenzialità dei singoli, delle comunità e del sistema economico. Il nostro, adesso, non lo è. I tentativi di riforma sono stati piuttosto al margine e l’impianto generale è rimasto quello di un sistema assicurativo, basato sulla centralità del posto di lavoro e sui trasferimenti monetari piuttosto che sui servizi (con l’eccezione della sanità). Inoltre, la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro ha contribuito a rendere il nostro welfare obsoleto per alcuni segmenti della popolazione. Uno dei “buchi” più evidenti è la totale assenza di una misura di reddito di base, presente in quasi tutti i paesi europei. È poi evidente l’inefficienza di gran parte dei servizi, da quelli per l’infanzia alle politiche attive del lavoro. Ma allora, il modello di sviluppo basato sul welfare ci è precluso? Io penso di no. Una politica lungimirante dovrebbe casomai promuovere un cambiamento radicale di sistema, affinché il welfare diventi l’asset strategico del nostro paese. È necessaria una ristrutturazione in senso universalista ma non assistenziale, che definisca una base al di sotto della quale non sia socialmente e politicamente accettabile scendere; che valorizzi i beni comuni, mettendo in rete gli individui e le comunità in un circolo virtuoso di mutualismo; che rilanci il ruolo dei servizi, in maniera che siano capaci di vera inclusione sociale e di abilitare i talenti. Ma questo non può essere fatto nell'Europa dell'austerity. L'Eurozona è stretta in una visione miope, che sacrifica agli obiettivi di bilancio la possibilità di ridisegnare qualsiasi politica pubblica (e quindi anche una riforma del welfare di ampio raggio) e che rende le politiche sociali ancillari rispetto alle questioni economiche. Sarebbe già un passo avanti se l’Europa dimostrasse la volontà politica di rispettare l’art. 9 del TFUE, secondo cui l’Unione, nelle sue politiche e azioni, deve sempre considerare le esigenze di «un elevato livello di occupazione, un'adeguata protezione sociale, la lotta contro l'esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute umana». Inoltre, come sottolinea Ferrera nel suo nuovo lavoro Rotta di collisione, l’Europa potrebbe incidere attraverso la creazione di un sistema comune, uno standard minimo europeo da stabilire per alcune politiche sociali, ad esempio gli ammortizzatori sociali e il reddito di base, e da finanziare con il Fondo Sociale Europeo (su questi temi ci sono già molte proposte in campo). A questo proposito, la Commissione Europea ha lanciato l’8 marzo scorso una consultazione per un European Pillar of Social Rights, e sarà interessante seguirne gli sviluppi. Insomma, in un’Europa che risponde alla crisi con l’austerity, il nostro acrobata non potrà ancora per molto restare in equilibrio. Per tenerlo in piedi, per tenere in piedi il modello sociale basato sul welfare, è necessario cambiare radicalmente il modello di sviluppo europeo.
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