02-02-2016

"Erano tempi duri. Ma..." La speranza nel disincanto: Scola e la “sua” Italia

di Giorgio Leali, Classe C Le commedie drammatiche di Scola hanno saputo raccontare lo smarrimento della sinistra e di molti di noi, senza usare i paroloni e le categorie astratte ma semplicemente attraverso la forza di storie in cui tanti italiani hanno potuto riconoscersi.
1495151154 photo credit austrian film museum1
di Giorgio Leali, Classe C «Erano tempi duri. Ma noi eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi» Quanta bellezza e quanta politica in ogni battuta dei film di Ettore Scola, persino nelle parole che in C’eravamo tanto amati Stefania Sandrelli rivolge direttamente allo spettatore, cercando di non perdere l’equilibrio mentre sulla canna della bicicletta attraversa con Gassman la Roma del dopoguerra sotto la pioggia. A volte gli sguardi di una macchina da presa riescono meglio della pagina scritta a suggerirci le intuizioni necessarie a un ritratto politico e sociologico del nostro Paese. Nei personaggi dei film di Scola, nelle loro battaglie politiche, nei loro amori e nelle loro contraddizioni c’è una certa idea della società italiana che sarebbe difficile descrivere a parole ma che, inspiegabilmente, appare nitida, come in certe fotografie, a chiunque abbia ritrovato un po’ di sé nelle storie raccontate dal suo cinema. In ogni suo film il legame con il contesto storico è fortissimo ma non per questo le storie di Scola raccontano un’Italia che non c’è più, perché tutti sappiamo quanto futuro stia nel passato. Anzi, in ognuna di esse è possibile intravedere qualcosa del tempo che stiamo vivendo ma intanto convincersi che qualcos’altro è andato perso e, purtroppo o per fortuna, non tornerà più. C’è la fuga in Africa del ricco editore Fausto Di Salvio (Alberto Sordi) che, disteso sulla comoda sdraio del Golf Club Olgiata, decide di abbandonare l’agiatezza romana del boom economico per partire alla ricerca del cognato “misteriosamente scomparso”. Può sembrare una delle tante e leggere commedie con Alberto Sordi, forse la più assurda, ma in realtà “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa” dice molto sul bisogno di andarsene e mollare tutto, un sentimento forse più diffuso oggi che cinquant’anni fa. L’indimenticabile C’eravamo tanto amati  racconta con malinconia il destino di una generazione promettente ed è forse, insieme a La Terrazza, l’esempio più bello del valore politico del cinema di Scola.  Attraverso il racconto corale di tre amici che si sono conosciuti durante la Resistenza, e che a turno hanno amato la stessa donna, il film percorre il periodo di storia italiana che va dal 1945 al 1974. Ritorna la domanda fondamentale, presente in tutti i suoi film: come conciliare la grandezza degli ideali con la statura molto più modesta delle necessità e ambizioni di tutti i giorni? Forse raccontando la storia di tre amici. Il primo, Gianni (Vittorio Gassman), è un giovane praticante nello studio di un grande avvocato. Decide di dare un’accelerata alla sua carriera sposando la figlia di un uomo ricco e volgare, tradendo così tutti gli ideali per i quali ha combattuto sulle montagne. Il secondo è Antonio (Nino Manfredi). Affezionatissimo a Gianni ma molto diverso da lui, lavora come portantino in ospedale. Comunista convinto, non conosce il significato della parola “compromesso”. La sua coerenza gli costerà cara sul piano professionale (nel film, dopo le prime elezioni della storia della Repubblica, solo i portantini democristiani vengono promossi!) ma lo premierà rendendolo felice. Infine c’è Nicola (Stefano Satta Flores), caricatura dell’intellettuale che, parole sue, “è più avanti, è più su, è più giù, egli è raggiungibile, è più oltre!”. Si è trasferito a Roma sognando di far parte dell’élite culturale della capitale e lasciando moglie e figlio in Campania, a Nocera Inferiore, paese che, sempre citandolo, “è inferiore perché ha dato i natali a individui ignoranti e reazionari”. [embed]https://www.youtube.com/watch?v=Hj362or_X5M[/embed]   Nicola è protagonista di una scena tra le più belle e più tristi della storia del cinema italiano. Avendo bisogno di soldi più che di riscatto sociale, decide di partecipare a “Lascia o raddoppia” e il vero Mike Bongiorno gli fa una domanda sul suo film preferito - Ladri di biciclette di Vittorio De Sica - «Qual è il nome del personaggio interpretato dal piccolo Enzo Staiola? Quanti anni aveva il ragazzo? In seguito a quale episodio il piccolo piange con tanto verismo?». Sotto lo sguardo fiducioso di tutti quelli che lo seguono trepidanti da casa, anche gli individui reazionari e ignoranti di Nocera Inferiore, Nicola arriva all’ultima domanda e risponde descrivendo i dettagli dello stratagemma attuato da Vittorio De Sica per far piangere il piccolo attore nella realtà. Mike lo incalza: «il tempo passa, la risposta!». Il tempo è scaduto, la risposta di Nicola è sbagliata, o meglio non è quella accettata dal notaio. Mike si aspettava una spiegazione molto più ovvia che avesse per soggetto il personaggio, non l’attore. «Perché vede malmenare il padre che aveva tentato di rubare una bicicletta», ecco la risposta giusta, quella che chiunque avrebbe saputo dare e alla quale Nicola, grande esperto del neorealismo italiano e cultore di Ladri di biciclette non ha nemmeno pensato. Il fallimento di Nicola descrive cinematograficamente la sconfitta di tutti quelli che, cercando di andare a fondo nelle cose e senza accontentarsi della loro spiegazione più banale, non vengono capiti dagli altri. A vincere, ancora una volta, è l’Italia che si accontenta della superficie: quella che preferisce lasciare il quiz anziché raddoppiare e poi perdere tornando a casa con la Fiat 600 di consolazione. Fortunatamente i film di Scola non sono parabole tristi con protagonisti scontenti del mondo in cui vivono ma incapaci di cambiarlo. A volte l’intellettuale, quello che risponde come Nicola Palumbo alla domanda di Mike Bongiorno, viene ascoltato e capito, dagli altri e dal pubblico: il grande successo dei film di Scola ne è stato l’esempio. Le sue commedie drammatiche hanno saputo raccontare lo smarrimento della sinistra e di molti di noi, senza usare i paroloni e le categorie astratte tanto care a Nicola ma semplicemente attraverso la forza di storie in cui tanti italiani hanno potuto riconoscersi. Qualcuno potrebbe sostenere che i suoi film siano così attuali perché purtroppo l’Italia ha conservato tutti i suoi inguaribili difetti. Forse hanno anche saputo prevedere il futuro: ne è l’esempio più lampante il processo ad Alberto Sordi in La più bella serata della mia vita, così simile a quello che si svolgerà più di trent’anni dopo nelle aule del Tribunale di Milano, che coinvolse molti esponenti dei governi degli anni '80. Ma se davvero nulla è cambiato, non si può certo concludere che l’immagine dell’Italia che Scola ci lascia sia soltanto negativa perché, come ha lui stesso ricordato: «Nel piccolo italiano medio c’è una zona nobile, un soprassalto di dignità che non arriva all'eroismo ma che lo spinge ad agire, anche solo con una dimostrazione di affetto e di appoggio all'amico».   *Photo credit Austrian Film Museum    
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