27-02-2016

Femminismo e primarie negli USA: strumentalizzazione o emancipazione?

di Tara Riva, Classe C Albright pretende il voto delle giovani donne statunitensi, ritenendo che votare gli avversari uomini della candidata democratica sia una grave offesa verso le battaglie femministe. L’essere donna, dunque, è una condizione che prescinde da tutte le altre sfaccettature che caratterizzano l’esistenza di una donna. È ironico come abbia cambiato idea rispetto a qualche anno fa.
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di Tara Riva, Classe C “C’è uno spazio speciale all’inferno per le donne che non si sostengono l’un l’altra” Sarebbe questa la frase pronunciata da Madeleine Albright durante la campagna di Hillary Clinton nel New Hampshire. Un’affermazione potente, che non ha lasciato indifferente né la candidata democratica né i sostenitori alle sue spalle. Il pubblico è scoppiato in una fragorosa risata, stupita, a cui ha seguito un caloroso applauso. Albright sottolinea come la battaglia femminista non sia terminata, alludendo al fatto che spesso le giovani donne non si rendano conto che i loro diritti e le loro libertà sono frutto di sacrifici e lotte. Alla fine del discorso, Albright riporta la frase sopracitata, con fermezza e un tocco di rabbia, chiedendo sostanzialmente alle donne di votare in base al proprio sesso. La sua affermazione implica l’idea che le donne abbiano un dovere morale l’una nei confronti dell’altra, dovendosi sostenere a vicenda preferendo Clinton ai suoi avversari di sesso opposto. Le elettrici americane dovrebbero anteporre, pertanto, il loro sesso rispetto a tutte le altre sfumature della loro vita, come per esempio lo status sociale, educazione, colore della pelle, orientamento sessuale, provenienza geografica. Tale scenario è fortunatamente irrealistico, poiché l’essere donna non implica necessariamente una determinata presa di posizione. Immaginiamo la società come la sezione del tronco di un albero, i cui anelli sono in accrescimento. Ciascun anello rappresenta un livello di emarginazione, a partire dal centro. Prendiamo il caso di  un uomo eterosessuale, bianco, benestante e occidentale: sicuramente esso andrebbe posto fra gli anelli centrali. Una donna eterosessuale, povera, nera e occidentale vivrebbe in una condizione peggiore rispetto al caso precedente e, probabilmente, migliore di un’altra con le stesse condizioni ma proveniente dalla Liberia. Analizziamo la candidata Hillary Clinton: una donna eterosessuale, bianca, benestante e occidentale. Con ogni probabilità, Clinton ha trascorso una vita qualitativamente più simile al nostro primo esempio rispetto al caso di una sua connazionale nera e non benestante. Certamente, le generalizzazioni omettono sempre parte della realtà, ma temo che questa sia un’analisi più convincente, per quanto grossolana, di quella dell’ex Segretario di Stato. Albright pretende il voto delle giovani donne statunitensi, ritenendo che votare gli avversari uomini della candidata democratica sia una grave offesa verso le battaglie femministe. L’essere donna, dunque, è una condizione che prescinde da tutte le altre sfaccettature che caratterizzano l’esistenza di una donna. È ironico come abbia cambiato idea rispetto a qualche anno fa. Nel 1996, durante un’intervista, le venne domandato se valesse davvero la pena di bombardare l’Iraq, causando la morte di oltre 500mila bambini (più di Hiroshima). A questa domanda, Albright rispose: “È una decisione difficile, ma noi pensiamo che ne valga la pena”. Quando fece questa infelice affermazione, era sicura di aver anteposto il suo essere donna a tutte le sue altre condizioni di vita? Per esempio, è stata capace di pensare alle madri del mezzo milione di bambini iracheni uccisi? Donne come lei, del resto. No, ha anteposto la sua nazionalità al suo sesso. La disperazione di madri, quindi di donne, era necessaria per garantire un determinato interesse nazionale. Albright non è stata capace di isolare il suo sesso dalla sua condizione socio-economica, dal suo colore della pelle e nazionalità. Se lo avesse fatto, avrebbe risposto negativamente alla domanda che venti anni fa le venne posta. Un altro interessante intervento femminista sulle primarie americane è stato quello di Gloria Steinem, che ha affermato che le donne mature sostengono Clinton, mentre Sanders sarebbe popolare fra le frivole giovincelle che lo supportano per stare vicino ai ragazzi, che tendono a votare il candidato democratico. Con l’avanzare dell’età, spiega Steinem, le donne sperimentano la diseguaglianza di genere che intensifica il loro femminismo. Insomma, noi donne a vent’anni ragioniamo con il cervello degli uomini, mentre a quarant’anni iniziamo a ragionare in base al nostro sesso. Arriverà mai, secondo Albright e Steinem, l’era in cui ragioneremo con la nostra testa? È ironico che proprio loro abbiano strumentalizzato il femminismo per colpire un candidato che ha fatto proprio della lotta contro la diseguaglianza il baluardo della propria campagna elettorale. Mi sento in debito con le donne che hanno condotto quelle battaglie grazie alle quali oggi, in quanto donna, posso godere di immensi privilegi rispetto al passato. Ed è vero, la lotta non è terminata. Per questa ragione ritengo di vitale importanza riflettere sulla seguente considerazione: non è il femminismo a dover essere strumento della politica fine a se stessa, ma è la politica a dover essere uno strumento per promuovere il femminismo e l’uguaglianza di genere, un tema a cui anche gli uomini devono iniziare ad affezionarsi.  
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