06-04-2016

Geoeconomia e geopolitica: un Giano bifronte

di Maria Vittoria Prest, Classe B Pascal Lamy, nella sua conferenza del 25 Novembre 2015, After Paris November 13: more geopolitics than geoeconomics?, ha posto una serie di interrogativi sul ruolo della geoeconomia che si rivelano sempre più attuali nel mondo globalizzato.
1495151374 immagine2

di Maria Vittoria Prest, Classe B Pascal Lamy, nella sua conferenza del 25 Novembre 2015, After Paris November 13: more geopolitics than geoeconomics?, ha posto una serie di interrogativi sul ruolo della geoeconomia che si rivelano sempre più attuali nel mondo globalizzato. Per farlo, tra le altre riflessioni, cita il libro di Tom Friedman, pubblicato nel 2005, The world is flat - come esempio della scuola di pensiero secondo cui la geoeconomia prevarrà sulla geopolitica, perché riconosce alla prima il ruolo di manovratore e garante di un’espansione economica continua. È la contrapposizione tra “il mondo della ragione e il mondo delle passioni e delle emozioni” e Lamy ci richiama ai grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, con un mondo sempre più globalizzato, con crisi finanziarie che non lasciano scampo ai meno tutelati, con un terrorismo di stampo religioso che si diffonde a macchia di leopardo e le conseguenti instabilità di molte aree del mondo. La geoeconomia ha dunque mancato l’appuntamento della stabilità economica e della pace? Per me la risposta è sì. La globalizzazione delle infrastrutture economiche non ha dato, e non dà tutt’ora, risposte adeguate ad un mondo che continua a cambiare velocemente. Aver sottovalutato la necessità di quelle che Lamy chiama “il mondo delle emozioni e delle passioni”, in una parola, la geopolitica, ha favorito l’emergere della rabbia e delle pulsioni negative più profonde di popoli e nazioni. Le elusioni alla domanda fondamentale, su quale deve essere il rapporto tra geoeconomia e geopolitica oggi trova, purtroppo, risposta negli ultimi tragici avvenimenti che hanno insanguinato l’Europa (Francia), che hanno violentato libertà acquisite (Colonia), che hanno eretto muri (dall’Ungheria a Calais), che hanno trasformato la Jihad in guerra santa (Isis)[1]. La geoeconomia non produce necessariamente più ricchezza e più pace per tutti. In questi anni di crisi le disuguaglianze sono aumentate ed il divario tra ricchi e poveri ha raggiunto una dimensione che oserei definire “oscena” (1% -99%)[2]. L’apparente contraddizione tra l’uscita dalla povertà di milioni di persone negli ultimi 50 anni del Novecento, grazie alla diffusione di nuove tecnologie, all’aumento dei servizi e dei beni alle persone, alla diffusione del sapere e delle conoscenze, all’informazione più accessibile anche grazie ai social network, e la critica di oggi alla globalizzazione stessa, sta tutta nella preponderanza che l’economia ha avuto rispetto alla politica. L’aver delegato ai mercati, il compito primario dell’espansione economica riconoscendola come il risultato dell’equazione - espansione dei mercati = miglioramento delle condizioni di vita delle persone - senza nessuna mediazione politica, ha creato negli anni diverse sacche di povertà in più parti del mondo. La politica (o meglio le sovrastrutture politiche quasi inesistenti) ha contribuito con la sua assenza all’aumento delle diseguaglianze. Oggi più che mai, c’è bisogno di una politica che assuma come dovere la necessità di governare i processi economici per tutelare i più deboli e gli ultimi. Abbiamo bisogno di più Europa politica per sconfiggere gli egoismi nazionali, sempre in agguato, quando la paura si diffonde nelle società. Non si può assistere impotenti alla costruzione di barriere fisiche, ideologiche, culturali e politiche che dividono paesi e popoli. La diversità se governata produce ricchezza e non divisione. Anche il Medio Oriente non uscirà dalla morsa del terrorismo pseudo religioso, così come l’Europa e il mondo, senza soluzioni politiche. L’Europa sta arretrando (es. denunce accordi di Schengen) ed è sempre più evidente di come la BCE di Draghi abbia assunto suo malgrado un ruolo di supplenza rispetto alla carenza di politiche europee forti e comuni. In un mondo globalizzato, geopolitica e geoeconomia devono integrarsi dentro una cornice condivisa di obbiettivi: superamento della crisi economica e rilancio dell’economia, politiche di accoglienza, la pace come obbiettivo permanente. E’ imperativo dotare di poteri reali le sovrastrutture politiche democratiche che esistono (es. Europa) o crearne di nuove se assenti, perché attraverso di loro passa la tutela dei diritti e l’accettazione dei doveri da parte delle comunità, indipendentemente da ceto, religione, nazionalità. Altiero Spinelli scriveva: “La federazione europea non si proponeva di colorare in questo o quel modo un potere esistente. Era la sobria proposta di creare un potere democratico europeo”.       [1] Google. Jihad significa sforzo (teso verso uno scopo) è un termine nel linguaggio dell'Islam che connota un ampio spettro di significati. Letteralmente significa "sforzo", individua lo slancio per raggiungere un dato obiettivo e può fare riferimento allo sforzo spirituale del singolo individuo per migliorare sé stesso. Nella dottrina islamica indica tanto lo sforzo di miglioramento del credente (il «jihad superiore»), soprattutto intellettuale, rivolto per esempio allo studio e alla comprensione dei testi sacri o del diritto, quanto la guerra condotta «per la causa di Dio», ossia per l'espansione dell'islam al di fuori dei confini del mondo musulmano (il «jihad inferiore»). Nel mondo occidentale la traduzione di jihad esclusivamente come "guerra santa" è fuorviante perché ci porta a equivocare il vero significato del termine. Prevalentemente, però, il termine jihad è stato interpretato come la guerra santa contro gli infedeli, lo strumento armato per la diffusione dell'Islam.   [2] Il Sole 24 Ore, articolo “Il sorpasso dei «paperoni»: nel 2016 l’1% della popolazione possiederà più ricchezza di tutti gli altri” – Oxfam – dati 2015

Categorie
TOP