16-02-2016

Giulio Regeni: nessuna Ragion di Stato!

di Massimo D'Angelo, Classe A Il coinvolgimento diretto dei più alti vertici della Repubblica Egiziana è tutto da accertare, altrettanto certo, però è che i depistaggi, la poca collaborazione, mettono in evidenza la scarsissima volontà di far luce su quanto accaduto ad un nostro connazionale.
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di Massimo D'Angelo, Classe A La morte di Giulio Regeni − un ragazzo − che come noi qui, si interessava delle cose di “questo terribile, intricato mondo di oggi”, non può lasciarci indifferenti. Perché il dato certo è che Giulio fosse anzitutto un appassionato studioso, con le nostre stesse ambizioni. Ma una morte così violenta, atroce, con quei macabri tentativi di depistaggio, hanno messo in luce quello che un po’ tutti − piuttosto ipocritamente − avevamo cercato di rimuovere. Il coinvolgimento diretto dei più alti vertici della Repubblica Egiziana è tutto da accertare, altrettanto certo, però è che i depistaggi, la poca collaborazione, mettono in evidenza la scarsissima volontà di far luce su quanto accaduto ad un nostro connazionale. Sergio Romano, sul «Corriere della Sera» del 13 febbraio, sostiene che “l’Egitto, in questo momento, è un alleato, non un nemico”. Una frase che ricorda un po’ quella di Franklin D. Roosevelt quando disse del dittatore nicaraguense Somoza: “He might be a motherfucker but he's our motherfucker”.   Eppure, molti analisti, descrivendo lo scontro con il sedicente Stato Islamico parlano di una superiorità morale del mondo occidentale, o peggio ancora, espressione infelicissima, dello “scontro di civiltà”. Hollande, davanti al parlamento riunito in seduta comune, a Versailles, ha definito quello di Parigi un “attacco ai nostri valori”. Allora, in questo scenario, come si può essere così tiepidi, dinanzi all’atteggiamento di chi consideriamo nostro alleato? Sempre nello stesso articolo, Romano si chiede: “che cosa sarebbe successo se le democrazie europee, dopo gli attentati alle Torri Gemelle, avessero detto al governo americano […] che Guantanamo era un orrendo lager?”. È qui il punto: sono convinto che le democrazie europee avrebbero dovuto urlare quanto Guantanamo o Abu Ghraib fossero degli orrendi lager.   Questa cosa per cui in nome della real politik si debba legittimare anche la peggior efferatezza o  quantomeno non si debba urlare troppo, la reputo inaccettabile. E, oserei, anche controproducente. È la stessa real politik (o doppia morale?) che l’Europa ha da sempre utilizzato quando gruppi di Ufficiali Liberi (da ultimo Al-Sisi, appunto), prendevano le redini di un qualche governo medio orientale, allontanando il tabù di un governo con gruppi islamisti. La stessa real politik che da una parte ha incancrenito lo scenario politico − con quelle forze islamiste, anche le più moderate, che ormai tendono alla radicalizzazione − e dall'altra ci ha portato ad avere questi governi che tuttavia, sembrerebbe, dobbiamo tollerare.   È singolare come, da un punto di vista umano, leggendo le descrizioni di quanto accaduto a Regeni, abbia provato lo stesso disgusto avuto nel vedere John il boia che sgozzava i suoi prigionieri. So che non va più molto di moda, ed il potere politico oggi cerca di star quanto più lontano da tutta quella che è la narrazione triste del Paese. Non credo neppure che debba nascere una inopportuna campagna di sentimento ed orgoglio nazionali. Credo tuttavia, che per rispetto delle vittime di questa vicenda, dei familiari coinvolti, ma soprattutto rispetto a quei valori e principi che ci prefiggiamo di far vincere combattendo il cosiddetto Stato Islamico, sia necessario che si indaghi a fondo, su quanto accaduto in tutta questa vicenda. Perché non c’è Ragion di Stato che tenga, nemmeno fosse un grande giacimento di gas.

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