16-03-2016

In Iran ha vinto l'affluenza

di Tara Riva, Classe C Le elezioni in Iran non cambieranno il volto del Paese, ma di certo favoriscono la nascita delle fondamenta per un graduale rinnovamento che influenzerà la vita quotidiana degli iraniani la cui priorità, per il momento, sembra essere una maggiore stabilità economica dopo anni di sanzioni e inflazione.
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di Tara Riva, Classe C Il sistema elettorale iraniano è estremamente complesso. Il popolo elegge il Parlamento, l’Assemblea degli Esperti e il Presidente della Repubblica. Lo scorso 26 febbraio si sono tenute le elezioni per il primo e il secondo organo. Il Parlamento, chiamato anche Majles, è monocamerale e ha il compito di legiferare e nominare, assieme al Presidente della Repubblica, i ministri. L’Assemblea degli esperti, invece, ha il ruolo fondamentale di eleggere la Guida Suprema, rappresentata attualmente da Ali Khamenei. Essendo quest’ultimo molto malato e la durata del mandato dell’Assemblea degli esperti pari a otto anni, non è difficile comprendere la ragione per cui le elezioni di questo organo siano state tanto discusse dai media. In un sistema intricato come quello iraniano, andrebbe specificato innanzitutto che nel Majles non esistono veri e propri partiti. Parlare dunque di “riformisti”, “moderati” e “conservatori” è già di per sé una semplificazione della realtà. I confini fra le diverse fazioni politiche del Parlamento sono spesso fluide e alquanto sfumate, sensibili alle influenze degli eventi politici. È più frequente che siano le vicende della politica a influenzare questi schieramenti piuttosto che il contrario. Terminati i conteggi, i cosiddetti riformisti hanno conquistato 92 seggi, i conservatori 115 e, infine, gli indipendenti hanno ottenuto 44 seggi. È soprattutto nella capitale che i riformisti de “La Lista della Speranza” hanno ottenuto i migliori risultati, conquistando tutti e 30 i seggi. Il dato più importante di queste elezioni, tuttavia, resta l’affluenza: il 62% degli iraniani si è recato alle urne. È un dato positivo, poiché normalmente queste elezioni sono più impopolari di quelle presidenziali. Tale affluenza ha stroncato la tesi che sposano diversi intellettuali e attivisti iraniani suggerendo il boicottaggio del voto. Un esempio è il premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi che ha più volte ribadito l’idea che «nulla cambia in Iran, fintanto che esiste la figura incombente del Leader Supremo». L’idea di Shirin Ebadi, condivisa da una fetta di iraniani, ha tuttavia condotto a conseguenze spiacevoli: nel 2005 si è registrata una bassa affluenza alle urne durante le elezioni presidenziali, favorendo così la vittoria di Ahmadinejad, la cui imbarazzante presidenza non si può certo paragonare a quella di Khatami o Rouhani. La protagonista di queste elezioni è stata l’affluenza, non l’anti-politica. Dopo le manifestazioni contro i presunti brogli elettorali del 2009, la popolazione iraniana ha compreso l’importanza del voto. Credo che questo si possa spiegare con il classico dilemma del prigioniero: il vantaggio derivato dal boicottaggio del voto sarebbe la soluzione più vantaggiosa qualora tutti collaborassero. Tuttavia, sia i cittadini progressisti sia quelli conservatori ricaverebbero il massimo pay-off qualora l’altro boicottasse e loro stessi si recassero alle urne. Il problema, in questo caso, è che il voto verrebbe boicottato soprattutto da chi è anti-regime, mentre coloro che si riconoscono nel sistema si recherebbero alle urne, votando probabilmente partiti conservatori. E, come è sempre successo, vincerebbero questi ultimi. È anche un errore, tuttavia, credere che il volto dell’Iran possa cambiare da un giorno all’altro: i riformisti e moderati non sono fazioni anti-sistema e spesso il loro operato è ostacolato dalle aree più conservatrici del sistema politico iraniano. Basti pensare ai blocchi posti alle candidature nelle diverse liste, dove il Consiglio dei Guardiani ha squalificato numerosi candidati riformisti pur mantenendone circa 200. Oltretutto, come precedentemente spiegato, spesso si creano piccole coalizioni e scissioni su temi che prescindono la posizione politica. Lo stesso Rafsanjani ha preso posizioni che potrebbero risultare contraddittorie: in passato fu braccio destro di Khamenei, oggi sembra essere più moderato, mentre nel 2009 condannò pubblicamente le manifestazioni dell’Onda Verde. Il popolo iraniano è giovane, colto e con un profondo desiderio di apertura verso il mondo. Questo desiderio deve essere incanalato in quegli spazi di libertà presenti in Iran. Con l’ISIS alle porte ed in un contesto geopolitico assai complesso, infatti, è difficile immaginare che gli iraniani vogliano rinunciare alla sicurezza di uno Stato forte per una libertà che, come abbiamo visto accadere all’indomani della primavera araba, non è stata raggiunta. In conclusione, le elezioni in Iran non cambieranno il volto del Paese, ma di certo favoriscono la nascita delle fondamenta per un graduale rinnovamento, soprattutto nel caso in cui Rouhani venisse rieletto. Con ogni probabilità questo cambiamento risulterà impercettibile da parte dell’Occidente, ma influenzerà la vita quotidiana degli iraniani la cui priorità, per il momento, sembra essere una maggiore stabilità economica dopo anni di sanzioni e inflazione.
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