02-02-2016

Italiani smemorati

di Benjamin Fishman, Classe C "il fascismo ha fatto tante cose buone, ma ci si ricorda solo dell'alleanza con la Germania nazista". Questo è il più diffuso luogo comune sul Ventennio ed è quasi sempre associato all'altro stereotipo degli «Italiani brava gente».
1495151155 vignetta antisemita
di Benjamin Fishman, Classe C Qualche mese fa stavo passeggiando con un'amica per Milano e mi sono imbattuto in un gazebo di Casa Pound. Incuriosito, mi sono avvicinato per parlare con alcuni dei giovani attivisti; ero sinceramente curioso di conoscere il loro pensiero e di capire quanto credessero o meno a quello che dicevano i loro volantini. Dopo aver ottenuto risposte non troppo convincenti sul tema dell'immigrazione e della "teoria dei gender", la discussione si è ritrovata a vertere sul tema del fascismo e della figura storica di Mussolini. Non so perché, ma mi aspettavo sarebbe successo. Ho abbandonato la conversazione quando i miei interlocutori hanno iniziato a ripropormi la storia per cui "il fascismo ha fatto tante cose buone, ma ci si ricorda solo dell'alleanza con la Germania nazista". Questo è il più diffuso luogo comune sul Ventennio ed è quasi sempre associato all'altro stereotipo degli «Italiani brava gente».   Non intendo ora discutere delle nefandezze dell'Italia fascista, dall'abolizione delle libertà fondamentali alla violenza di Stato passando per le Leggi Razziali. Ma è proprio su quest'ultima questione che diversi italiani dalla corta memoria si arroccano: il fascismo non è stato intrinsecamente antisemita - sostengono questi smemorati -  ma è stato obbligato a diventarlo da parte dell'alleato tedesco nel 1938. Niente di più sbagliato. Correnti antiebraiche esistevano da sempre all'interno del fascismo; l'esplosione della propaganda antisemita del 1938-39 veniva da tendenze preesistenti che emersero allora con più forza. L'antisemitismo di regime, una "svolta inaspettata", si collega inoltre direttamente all'ideologia imperialista del colonialismo italiano. Come sostiene lo studioso del fascismo Olindo de Napoli, nessun giurista alla fine degli anni Trenta ammetteva l'esistenza di una provenienza "germanica" del diritto razzista italiano; laddove si cercava di trovare l'ispirazione primaria alle nuove norme, tutti erano concordi nel trovarla nell'ideologia italiana e fascista dell'Impero e nessuno accennava a una qualche derivazione dell'esperienza tedesca. Profondamente antisemiti non erano solo il giurista Carlo Costamagna (definito da molti "più fascista del duce"), il giovane redattore de "La Difesa della razza" Giorgio Almirante (capomanipolo nella RSI e leader del MSI) o il pubblicista Giovanni Preziosi (“l'unico vero e coerente antisemita italiano del XX secolo” secondo Renzo De Felice), ma molti professori universitari italiani che curarono la preparazione dei provvedimenti antiebraici, come afferma lo storico Roberto Finzi.   Ora, non si vuole certo mettere in ombra le gesta di quelle migliaia di italiani che rischiarono la propria vita per salvare quelle dei loro connazionali ebrei, fossero essi uomini di scienza, di Chiesa o semplici cittadini. Non si possono nemmeno non citare gli oltre seicento italiani riconosciuti ufficialmente come Giusti tra le nazioni - i più famosi dei quali sono Gino Bartali, Carlo Angela e Giorgio Perlasca. Né si può trascurare l'opposizione più o meno celata di numerosi giuristi alla legislazione antisemita, come quella di Giorgio La Pira, Alessandro Galante Garrone e Piero Calamandrei o dei 12 accademici italiani, tra cui Giuseppe Antonio Borgese e Vito Volterra, che si rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista (cosa che invece fecero gli altri 1238 professori universitari). Certo è che le leggi antiebraiche videro gli italiani a volte consenzienti e comunque impreparati o timorosi.   Come si sottolinea in un recente articolo de «La Stampa», ogni 27 gennaio film e fiction riaffermano e ribadiscono il mito degli «Italiani brava gente», una delle leggende più radicate nella memoria collettiva del nostro Paese. Eppure una analisi più approfondita dei fatti dimostra una storia molto più complessa e molto meno consolatoria di quella raccontata nei film. Amedeo Osti Guerrazzi spiega la propria posizione evidenziando come la collaborazione spontanea di migliaia di «italiani comuni», di normali cittadini, fu fondamentale per l’arresto di migliaia di ebrei. I poliziotti tedeschi sfruttarono ampiamente i collaboratori italiani: spie, delatori, infiltrati, che agivano nei modi più diversi. Questo lavoro veniva pagato piuttosto bene, dato che su ogni Ebreo, in media, veniva messa una taglia di 5.000 lire dell’epoca (più o meno lo stipendio annuale di un operaio). Spesso prima di consegnare le loro vittime ai tedeschi, i collaborazionisti torturavano gli Ebrei, allo scopo di ottenere altri nomi, altri indirizzi e altre vittime; a questi veri e propri professionisti, che avevano fatto della caccia all’ebreo un lavoro, si devono aggiungere anche le migliaia di cittadini che tradirono i vicini di casa, gli amici, i colleghi di lavoro, non solo per scopo di lucro, ma per odio personale, per vecchi rancori, oppure per motivi ideologici. Non si deve scordare, infine, il ruolo svolto dalle forze dell’ordine della Repubblica, che ebbero un ruolo fondamentale negli arresti. Caso paradigmatico è Roma: si pensi che dei 1023 italiani di "razza" ebraica deportati ad Auschwitz in seguito al rastrellamento del 16 ottobre 1943, almeno 439 furono segnalati o arrestati da altri italiani, fossero essi parte di forze dell’ordine, bande di collaborazionisti o singoli cittadini.   Questi alcuni esempi di come in molti casi, la definizione di "Italiani sì cialtroni, ma dal cuore d'oro" non rispecchi fedelmente la realtà. Per onorare la memoria di chi è stato vigliaccamente tradito dal proprio paese, bisognerebbe affrontare il passato con uno spirito più sano: dobbiamo condannare gli smemorati (di Cologno) che relativizzano le colpe del Ventennio sostenendo che "il regime fascista non era così feroce" e che "il Duce mandava la gente in vacanza al confino" e i poco avveduti (gli stessi, ma sicuramente sono sempre fraintesi) che affermano che l’Italia non abbia avuto le stesse responsabilità della Germania. È però dalla Germania, il paese che sotto la dittatura nazista organizzò il più grande sterminio di massa che l'Europa abbia mai conosciuto, che dovremmo prendere esempio. Emblematiche dell'approccio di un paese che ha preso consapevolezza della propria storia e ha riconosciuto le proprie colpe, le parole pronunciate dalla cancelliera Angela Merkel in occasione del giorno della Memoria di qualche anno fa: «La Germania ha una responsabilità permanente per i crimini del nazionalsocialismo, per le vittime della Seconda Guerra mondiale e, anzitutto, anche per l’Olocausto; (…) noi affrontiamo la nostra storia, non occultiamo niente, non respingiamo niente».
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