17-02-2016

La morte del giudice Scalia e la democrazia in America

di Federica Merenda, Classe A L’inaspettata scomparsa del giudice Scalia costituisce un evento dal peso politico importante, che si scaglia sulla campagna elettorale attualmente in corso influenzandone le dinamiche e aumentandone la posta in gioco.
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di Federica Merenda, Classe A Antonin Scalia è stato il primo giudice italo-americano della Corte Suprema degli Stati Uniti. Suo padre Salvatore aveva lasciato la Sicilia a 17 anni alla volta di Ellis Island ed era riuscito a costruirsi una famiglia e una prestigiosa carriera negli Stati Uniti, diventando professore di lingue romanze al Brooklyn College. Il figlio "Nino" non è stato di certo da meno e nel 1986 ha ottenuto la nomina di giudice della Corte Suprema dall'allora Presidente Reagan. Dall’inizio del suo quasi trentennale mandato, Scalia ha mantenuto una coerentissima linea conservatrice, esprimendosi − spesso nell'ambito delle sue celebri dissenting opinions − sempre contro un’interpretazione evolutiva della Costituzione e adottando piuttosto la dottrina originalista – ed originalissima - da lui sviluppata, che guarda al significato che le disposizioni costituzionali assumevano per i cittadini americani del 1787, anno della sua adozione. Tale approccio interpretativo non concede alcuna apertura progressista su questioni quali l’aborto, i diritti degli omosessuali, il diritto di possedere armi e la pena di morte, tutti temi delicati su cui la sensibilità dell’opinione pubblica americana non può certamente presumersi immutata nei secoli che ci separano dal 1787. La Corte Suprema degli Stati Uniti è un organismo dall’importantissimo peso politico composto da soli 9 giudici che decidono a maggioranza assoluta e che dalla morte del Giudice Scalia rimane pertanto composto da soli 8 membri: un numero pari che apre la strada a situazioni in cui la Corte potrebbe trovarsi spaccata a metà nel giudicare questioni dal forte portato ideologico − che sono effettivamente all'orizzonte −, ancor più essendo i giudici rimasti equamente divisi tra liberals e conservatori. Aborto, contraccezione, immigrazione e rideterminazione dei distretti elettorali sono alcuni dei temi più caldi su cui la Corte sarà chiamata a esprimere, nel corso dei prossimi mesi, un giudizio che potrebbe ridefinire la posizione americana su queste delicatissime questioni ed in cui il voto di un eventuale «nono» giudice potrebbe rivelarsi determinante. È per questo che l’inaspettata scomparsa del giudice Scalia costituisce un evento dal peso politico importante, che si scaglia sulla campagna elettorale attualmente in corso influenzandone le dinamiche e aumentandone la posta in gioco. Obama ha meno di un anno per designare un nuovo giudice, un periodo di tempo da molti considerato non sufficiente per una nomina di tale rilevanza in uno scenario come quello attuale, in cui un presidente democratico dovrebbe riuscire, in piena campagna elettorale, ad ottenere l’approvazione di un Senato a maggioranza repubblicana su un suo candidato. Qualora Obama non dovesse farcela a far accettare al Senato un suo designato – processo che ha già annunciato di essere intenzionato a portare avanti –, il vincitore delle prossime elezioni si troverebbe a esercitare un potere tale da influenzare l’equilibrio ideologico degli Stati Uniti per ben oltre il suo mandato, attraverso la nomina di due o addirittura tre membri di quel ristretto collegio che ha il potere di decidere, votando a maggioranza, in che modo una Costituzione scritta quasi tre secoli fa risponde alle questioni sollevate da casi contemporanei. Molti repubblicani hanno da subito messo in chiaro che si opporranno a qualunque tentativo di Obama di procedere con la nomina, per cui le elezioni del 2016 dovrebbero costituire una sorta di "referendum", nelle parole del candidato alle primarie Ted Cruz. Hillary Clinton, al contrario, ha dichiarato che le pressioni affinché il posto di Scalia rimanga vacante “disonorano la Costituzione” e anche Sanders si è espresso a favore della necessità di una nomina da parte dell’attuale Presidente. Nella sua dissenting opinion sulla già storica sentenza Obergefell v. Hodges del giugno 2015 con cui la Corte Suprema, con una maggioranza di 5 contro 4, ha dichiarato incostituzionali le leggi che proibiscono il matrimonio omosessuale negli Stati Uniti, Scalia scriveva che «Un sistema di governo che rende il Popolo subordinato al giudizio di un consiglio di nove giuristi non eletti da nessuno non merita di chiamarsi democrazia». Certo, fa riflettere il fatto che un evento naturale come l’inaspettata morte di uno solo di questi unelected lawyers abbia il potenziale di incidere così fortemente sul destino del paese che ama autodefinirsi leader of the free world.
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