22-03-2017

La via giusta per scegliere i professori

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Andrea Gavosto, La Stampa 21/03/2016
Gli insegnanti di domani, ma anche quelli di oggi. Delle deleghe della legge sulla Buona scuola in dirittura d’arrivo – ricevuti i pareri delle commissioni parla mentari il governo ne darà ora le stesure definitive – quella che desta più apprensioni riguarda la formazione e il reclutamento dei docenti della scuola secondaria. In gioco è la qualità dell’insegnamento per i prossimi decenni.
Sul nuovo sistema, che realisticamente andrà a regime non prima del 2023, ho già espresso perplessità (La Stampa del 15 gennaio) e ritengo andrebbe profondamente ripensato. Ma questa delega è decisiva anche per l’immediato futuro: prevede infatti una fase transitoria, che deciderà quali insegnanti andranno in ruolo nei 5 o 6 anni a venire, in attesa che siano pronte le prime leve formate secondo il nuovo modello.
Si tratta dell’ennesima sanatoria per i precari, come si è detto un po’ frettolosamente nei giorni scorsi? In realtà, il meccanismo appare disegnato con intelligenza, introducendo e graduando una verifica dei requisiti di ingresso nella professione in base alle competenze attese delle varie categorie di precari. Finalmente, si è appreso qualcosa dagli errori dei primi due anni di Buona scuola, quando lo svuotamento delle graduatorie ha portato in cattedra decine di migliaia di docenti senza controllare che ne avessero le capacità. Provo a spiegare in modo semplice una materia intricata. Come si diceva, ci vorranno almeno 5 anni per avere i primi insegnanti delle superiori usciti dai nuovi concorsi. Nel frattempo, il governo ha due problemi, che la riforma non ha risolto. Coprire i posti liberati dai pensionamenti, in significativo aumento nel prossimo decennio per il venir meno degli effetti della riforma Fornero. E trovare una soluzione per i tanti – troppi – precari che ancora ci sono. Nel 2017-18 saranno assunti i 13 mila rimasti nelle graduatorie ad esaurimento e altrettanti idonei del concorso 2016, che solo ora va completandosi: se i secondi hanno superato una prova selettiva, sui primi permangono incognite. Come i loro predecessori, andranno in ruolo senza che si sappia granché sulla loro qualità, mai veramente sottoposta a verifica: una scelta purtroppo obbligata, frutto di un’improvvida vecchia promessa, ribadita dal governo Renzi. Dal 2019-20 entreranno in ruolo 62 mila precari abilitati (le cosiddette seconde fasce), finora rimasti al palo. La maggioranza di loro è un po’ più giovane dei precari «storici» e ha esperienza recente in aula; soprattutto quasi tutti hanno seguito corsi di specializzazione e di tirocinio (Tfa). Inoltre, a differenza dei predecessori, la loro qualità sarà ulteriormente accertata: subito con una prova sulle capacità didattiche e al termine di un altro anno di tirocinio. Certo, molto dipenderà dalla serietà delle verifiche; ma la novità è che sono previste. Infine, non prima del 2022 toccherà a circa 20 mila supplenti non abilitati che hanno già insegnato per almeno 36 mesi: prima dovranno avere passato un concorso ed essere stati valutati al termine del tirocinio, con l’unico vantaggio che questo sarà più breve, poiché hanno già esperienza di classe. Se le verifiche saranno serie, queste due ultime categorie di neoassunti in genere dovrebbero garantire una qualità professionale migliore e meno eterogenea dei precari storici e abbassare l’età media del corpo docente. Onestamente, non è la solita sanatoria. Tutto bene, per una volta? No. Perché nemmeno così sarà possibile risolvere la questione emersa quest’anno in tutta la sua gravità: la carenza di insegnanti al Nord e nelle discipline matematico-scientifiche. Le assunzioni saranno su base regionale: la mobilità territoriale quindi ridotta. Ma i precari sono al Sud, le cattedre al Nord. Il problema dunque resterà. Almeno finché non daremo ai giovani laureati – specie scientifici - gli incentivi giusti per scegliere l’insegnamento: condizioni di lavoro e soprattutto un nuovo status della professione, che in altri Paesi è paragonabile al medico o all’ingegnere. Ma questo richiede tempo e lungimiranza.   Direttore Fondazione Agnelli  
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