19-01-2016

L’America dopo Obama: lucidità o deriva populista

di Davide Giani, Classe C L’ultimo discorso State of The Union di Obama è stato pronunciato martedì 12 gennaio. Appena due giorni dopo, giovedì 14, si è svolto uno degli ultimi dibattiti televisivi tra i concorrenti per la leadership repubblicana. Può sembrare scontato, ma questi due eventi vanno analizzati necessariamente in relazione.
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di Davide Giani, Classe C L’ultimo discorso State of The Union di Obama è stato pronunciato martedì 12 gennaio. Appena due giorni dopo, giovedì 14, si è svolto uno degli ultimi dibattiti televisivi tra i concorrenti per la leadership repubblicana. Può sembrare scontato, ma questi due eventi vanno analizzati necessariamente in relazione. Obama ha sottolineato insistentemente (più di quanto non sia richiesto in campagna elettorale) la potenza e la grandezza dell’America uscente da 8 anni di sua presidenza: “The United States of America is the most powerful nation on Earth”. Pochi giorni prima, Trump aveva lanciato il suo primo spot televisivo, nel quale, accompagnato da immagini apocalittiche, pronunciava le fatidiche parole: “We will make America great again”, renderemo di nuovo l’America il grande paese che era. Così una gran parte del discorso del presidente al Congreso si è focalizzata a sfatare il mito di decadenza della potenza americana. La controffensiva si è estesa anche al campo economico (“The United States of America, right now, has the strongest, most durable economy in the world”) e alla politica estera.   Non si può negare l’incredibile ripresa economica in termini occupazionali e produttivi degli USA negli ultimi anni. E, come ha evidenziato Paul Krugman sulle pagine del New York Times, l’amministrazione Obama ha mostrato un’evidenza ai conservatori più ortodossi: è possibile diminuire le disuguaglianze e rendere la società un po’ più giusta colpendo (poco) i più ricchi e aumentando notevolmente la qualità della vita e la sicurezza delle fasce più basse. E questo può avvenire senza distruggere gli incentivi per imprenditori e grandi corporations, anzi, i dati sull’occupazione mostrano che è accaduto esattamente il contrario. Insomma, Obama ha presentato uno State of The Union decisamente rassicurante, e senza dubbio bisogna dargli credito dei grandi risultati ottenuti negli anni della sua presidenza, nonostante il macigno rappresentato da un Congresso a maggioranza repubblicana. Il problema è: come mai si è trovato nella posizione di dover difendere queste posizioni? In effetti, a una lettura più critica, sembra che il suo discorso si sia modellato sulle accuse che gli sono state rivolte in questi mesi di campagna elettorale e che la scaletta non fosse niente più che il negativo delle critiche repubblicane. Obama si trova di fronte un’America divisa, lacerata da scontri di ogni genere. Ripetutamente, durante la sua presidenza, si è trovato a dover scavalcare il Congresso per attuare delle politiche urgenti e necessarie perché questo non era in grado di superare le sue divisioni. La sua chiamata all’unione e alla collaborazione rivolta ai membri del Congresso nasce da alcuni urgenti imperativi, ultimo dei quali il dramma della diffusione delle armi. E oggi Obama arriva al capolinea con un fardello pesante: giustificare le sue azioni, spesso impopolari, di fronte a una situazione internazionale cangiante e instabile, segnata dalla rinata paura per il terrorismo e da crescenti flussi di migranti. Giustificare l’accordo con l’Iran, gli strappi con Israele, la politica in Medio Oriente non sempre azzeccata.   Per i repubblicani il mondo di oggi è un piatto d’argento. Non solo ci sono le condizioni per dire che Obama ha sbagliato – tema che si può dibattere – ma riesce facile (e proficuo) dire che ha rovinato l’America. Anche se una posizione del genere comporta dei salti logici, non è supportata da dati ed è razionalmente ed empiricamente debole, essa sembra trovare ampie fasce di consenso. L’eminente conservatore americano, consigliere di Reagan e Bush, Peter Wehner, ha scritto che se Trump dovesse vincere le primarie, diventando il candidato alla Casa Bianca, lui, come tanti altri conservatori, non lo voterebbe e ripiegherebbe su un indipendente. Trump, uomo dalle competenze politiche dubbie, porterebbe a una radicalizzazione tale il partito che ne determinerebbe lo sfaldamento e la rovina. I suoi oppositori, che ormai si possono ridurre a Ted Cruz e Marco Rubio, oggi assecondano la tendenza autoritaria e populista della campagna di Trump, perché se fossero più realisti e meno mediatici si troverebbero contro un competitore sleale che non rispetta le regole del gioco. Questa può essere la benedizione per i democratici e la disgrazia per il GOP. Sarebbe un gesto di responsabilità verso il proprio partito se gli avversari repubblicani di Trump si dedicassero a costruire un percorso conservatore non populista, anche a costo di perdere qualche voto nei sondaggi. Se il pericoloso fenomeno Trump viene arginato, a guadagnarci è il mondo, a prescindere da chi occuperà la Casa Bianca.  
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