02-03-2016

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di Giulia Ghigliotti, Classe C Sono passati 110 anni. Secondo l’UNHCR, nel 2015 sono 1.000.573 le persone che hanno attraversato il Mediterraneo via mare dalla Turchia, Libia e Marocco, mentre 34.125 sono quelle che hanno percorso la via terrestre attraverso Bulgaria e Grecia. Per lo stesso anno, l’OIM afferma che sono quasi 4.000 i morti e dispersi in mare.
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di Giulia Ghigliotti, Classe C Era il 1906 quando il piroscafo italiano Sirio, proveniente da Genova e diretto in Sud America, affondò dopo essersi incagliato presso Capo Palos, nella Spagna mediterranea. Dei 1320 passeggeri dichiarati a bordo, le vittime denunciate furono 292, ma in realtà se ne stimarono circa 500, un numero maggiore dovuto alla prassi delle soste fuori programma per caricare a bordo clandestini.   Sono passati  110 anni. Secondo l’UNHCR, nel 2015 sono 1.000.573 le persone che hanno attraversato il Mediterraneo via mare dalla Turchia, Libia e Marocco, mentre 34.125 sono quelle che hanno percorso la via terrestre attraverso Bulgaria e Grecia. Per lo stesso anno, l’OIM afferma che sono quasi 4.000 i morti e dispersi in mare. Nel giugno 2015, l’inchiesta The Migrants Files, pubblicata su 18 testate di 10 Paesi europei, evidenzia che a partire dal 2000 sono stati 30.000 i migranti deceduti nel tentativo di raggiungere l’Europa, 16 miliardi di euro gli incassi degli scafisti e dei trafficanti di esseri umani, mentre 13 sono stati i miliardi di euro spesi dall’Europa per fermare i flussi, di cui 11,3 miliardi per i rimpatri e 1,6 miliardi per la sorveglianza delle frontiere. Numeri incredibili che dimostrano come la rete criminale che ruota attorno al flusso dei migranti si sia radicata e abbia creato un business estremamente proficuo. Tuttavia oggi pare che si stia smuovendo qualcosa sotto questo aspetto. L’11 febbraio 2016, il Segretario della Difesa Usa, Ashton Carter, a fronte delle richieste di intervento dell’Alleanza Atlantica da parte di Germania e Turchia, frutto dell’incontro dell’8 febbraio ad Ankara tra il Primo Ministro turco Erdogan e la Cancelliera Merkel, ha annunciato la predisposizione di una Missione Nato nell’Egeo per smantellare la rete di trafficanti attraverso forze marine comprendenti cinque navi, di cui tre (una tedesca, una turca e una canadese) subito operative, e forze aeree con compiti di sorveglianza e Intelligence. Se da un lato non ci sono dubbi che un intervento fosse necessario, dall’altro però le preoccupazioni maggiori rimangono sulla sorte che spetta ai migranti. Infatti, sebbene il Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg abbia rassicurato che questa operazione non consiste nel respingimento dei migranti, le modalità operative della stessa prevedono che dopo il salvataggio i migranti vengano riportati in Turchia. Dal lato turco, oltre all’elevatissimo numero di migranti già sfollati sul territorio, la mancanza di un accordo europeo sulla loro distribuzione, sommato alla seppur necessaria operazione Nato, rischia di far esplodere la situazione. E ciò sta già accadendo, come dimostrato dalla chiusura del confine turco-siriano che ha comportato l’emergenza umanitaria di migliaia di siriani in fuga dai raid aerei russi su Aleppo e fermi al confine nell’impossibilità di ricevere la giusta accoglienza. A fronte di ciò va ammesso che i 3 miliardi di euro di aiuti che l’Unione Europea ha stanziato in favore della Turchia a inizio febbraio per fronteggiare l’emergenza migranti, non solo non sono serviti allo scopo, ma sono stati l’ulteriore dimostrazione della tendenza europea a scappare dai problemi anziché affrontarli. Urge allora affiancare alla missione Nato nell’Egeo un nuovo piano di redistribuzione dei migranti già sul territorio europeo e di distribuzione di quelli in arrivo. In merito appare superato il piano di relocation di appena 150.000 profughi approvato lo scorso autunno dall’Unione Europea su proposta del presidente della Commissione Europea Juncker. Purtroppo però su questo punto gli Stati Membri restano ancora divisi per colpa di logiche politiche legate al consenso elettorale interno che portano alla costruzione di muri, alla sospensione di Schengen oppure ancora alla richiesta ai migranti, come se non bastasse la tragedia che stanno già vivendo, di spogliarsi dei propri beni per ottenere un briciolo di umanità perdendo però per sempre la propria dignità. Se anche può sembrare ripetitivo per il Ventunesimo secolo, oggi più che in ogni altro momento è necessario insistere su un concetto basilare, una costante che caratterizza l’evoluzione dell’umanità: l’uomo si sposta. Può farlo per spirito di scoperta, per motivi religiosi, per esigenze economiche oppure perché costretto da guerre, persecuzioni e privazioni di ogni genere. Può essere solo o riguardare interi popoli e nazioni. Indipendentemente dalle forme che le migrazioni assumono, questa, così come avviene per le specie animali, si ripete anche per l’uomo come un flusso continuo. Illudersi che ciò non sia una caratteristica che appartiene a tutti noi vuol dire continuare a credere in una realtà che semplicemente non è mai esistita e mai esisterà. Ed è da qui che dovrebbe partire la vera riflessione da parte di una società, che si definisce moderna ed evoluta, per attuare un progetto comune di accoglienza e tolleranza.   ∗ Nella foto: una famiglia siriana dopo l'arrivo sull'isola di Lesbo, in Grecia, il 10 ottobre 2015 (Fabio Bucciarelli). Fabio Bucciarelli è un fotografo italiano, specializzato in conflitti e diritti umani. Ha ottenuto anche dei riconoscimenti per World Press Photo.    
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