22-02-2016

L'attualità di Nino Andreatta

di Matteo Mancino, Classe C Mario Draghi, nel 2008, osservava: «È difficile distinguere l'Andreatta economista dall'Andreatta politico (...). Come ministro, come parlamentare, come intellettuale ha immaginato, creato meccanismi istituzionali all'interno dei quali si potessero realizzare politiche coerenti».
1495151233 andreattya
di Matteo Mancino, Classe C Faccio parte della generazione a cavallo del nuovo millennio che non ha avuto modo di poter seguire "in diretta" l’attività di Nino (Beniamino) Andreatta ma solo di conoscerlo indirettamente dalla lettura di interventi suoi o di vari commentatori. Fra questi mi hanno colpito le parole di Mario Draghi che nel 2008, come Governatore della Banca d’Italia, osservava: «È difficile distinguere l'Andreatta economista dall'Andreatta politico. Non certo perché l’economista sia stato suddito delle esigenze di breve periodo della politica: al contrario, la sua visione lucida, da tecnico, lo ha messo in grado, da politico, anche di sfidare l’impopolarità. Come ministro, come parlamentare, come intellettuale ha immaginato, creato meccanismi istituzionali all'interno dei quali si potessero realizzare politiche coerenti». Le molteplici sfaccettature della sua personalità rendono Andreatta tuttora un personaggio della vita politica da cui trarre lezioni di vita utili per tutti.
  1. Formazione.
Per chi intenda la vita come partecipazione e costruzione del mondo l'impegno giovanile negli studi e nell'associazionismo sono due requisiti essenziali. In questo senso il percorso di Andreatta è stato esemplare: dopo il liceo frequentò la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova, dove potè seguire anche docenti del calibro Norberto Bobbio (filosofia del diritto).  Conseguì la laurea nel 1950 con il riconoscimento di «miglior laureato dell’anno». Restò in ambiente universitario come assistente volontario in scienze economiche dell’Università del Sacro Cuore a Milano, cercando di conciliare la dottrina sociale della Chiesa con il pensiero economico keynesiano. Come ora sembra una necessità (e una conquista resa possibile per molti giovani grazie all'ERASMUS), andò all'estero per completare il suo profilo, già come visiting professor a Cambridge, dove ebbe modo di incontrare importanti esponenti del pensiero economico postkeynesiano. Negli anni universitari sviluppò anche l’impegno sociale e politico:  fece parte della Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI). Nel 1956 partecipò al gruppo che elaborò il programma elettorale di Giuseppe Dossetti – studioso, riformatore ed esponente di punta del mondo cattolico – candidato a sindaco di Bologna.
  1. Professione.
Il percorso intellettuale di Andreatta evidenzia sensibilità non solo per la ricerca ma anche per l’organizzazione. Ritengo che nella sua visione rientri la consapevolezza che la buona formazione è essenziale  perché le persone sono i veri agenti della crescita. Ha quindi contribuito alla fondazione di organismi universitari: dall'Istituto di Scienze economiche nella Facoltà di Scienze politiche di Bologna, all'Università di Arcavacata a Cosenza sul modello dei campus, con Paolo Sylos Labini; una vera e propria scommessa per un Mezzogiorno che vive(va) di assistenzialismo. Si adopererà inoltre per la diffusione dei metodi quantitativi nell'analisi economica. Diede impulso a centri di ricerca, che sono divenuti importanti think tank nel panorama italiano: oltre a Prometeia, l'AREL (1976), che ben conosciamo.  Ebbe anche esperienze di scienza applicata: nel 1961 andò in India per conto del MIT, come consulente presso la Planning Commission del governo, collaborando al processo di programmazione avviato in quel paese. L' Andreatta economista coniugò libertà e giustizia sociale, riuscendo a tracciare un modello economico avvicinabile a quello della moderna economia sociale di mercato, basato appunto sulla libertà economica, sull'attenzione per il sociale e sulla crescita sostenibile (individuò nel debito pubblico e nella svalutazione monetaria due mali dell’economia italiana).
  1. Politica.
Grazie alla sua competenza e impegno, negli anni Sessanta divenne consigliere economico di Aldo Moro; dal 1976 al 1992 − anno della grande crisi della Prima Repubblica con l'avvio dell'inchiesta giudiziaria di Mani pulite, da cui non fu toccato − fu ininterrottamente parlamentare della DC. Da Ministro del Tesoro nel 1981 fu promotore del cd. divorzio fra il Ministero e la Banca d'Italia: una "separazione dei beni" che esimeva la seconda dal garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal primo"  (http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&artId=891110&chId=30 ). Con questo atto si avvia un nuovo percorso di politica economica che rende non più praticabile il finanziamento monetario della spesa pubblica in deficit. Si tratta di una decisione che paradossalmente si potrebbe definire “eversiva” in quanto voleva bloccare il mainstream di una spesa pubblica senza limiti finanziata dalla moneta stampata dalla Banca centrale. Su questa decisione, che imporrà l’esigenza di ricorrere al mercato per finanziare la spesa in deficit (e quindi una certa attenzione alla corretta gestione delle finanze pubbliche, Mario Draghi commentò nel 2011: "Trenta anni fa, nel nostro paese, Andreatta e Ciampi seppero guardare avanti, e lontano". Nel 1982 Andreatta impose lo scioglimento del Banco Ambrosiano e la sua liquidazione, ignorando le pressioni che ne volevano il salvataggio con fondi pubblici. Al riguardo tenne un esemplare intervento alla Camera dei Deputati l'8 ottobre del 1982, riportato in "Andreatta politico" - AREL 3.2105/1.2016 pag. 267). Sempre in quegli anni Andreatta maturò la convinzione che non vi era alternativa a un concreto progetto di integrazione europea, con una moneta unica e una politica comune. L’Europa, per lui, poteva competere globalmente solo se unita e, parimenti, l’Italia poteva diventare pienamente europea sostituendo una moneta troppe volte svalutata e non rappresentativa dello stato dell’economia nazionale. Inoltre, Andreatta era dell'idea che per governare gli squilibri globali fosse necessario un consesso globale in grado di rappresentare le più importanti demografie globali, come il Brasile, l’India, la Cina. Ebbe quindi la lungimiranza di individuare nella connessione tra crescita demografica, tecnologica ed economica una delle chiavi fondanti della convivenza internazionale. Egli fu anche attento agli aspetti organizzativi della politica e, dopo la dissoluzione dei partiti della Prima repubblica, fu uno dei protagonisti della costruzione dell’Ulivo, appoggiando la candidatura di Romano Prodi, suo allievo e amico, come leader della coalizione di centrosinistra alle elezioni del 1996.
  1. Conclusione.
Da queste poche note ritengo emerga la complessità di questo personaggio sempre impegnato per il bene comune, in politica come nella professione: professionista in politica ma non politico per professione. È questo un insegnamento che penso non debba essere disperso: competenza, rigore scientifico e indipendenza di pensiero, unitamente ad una grande attenzione alla complessità dei fenomeni sono elementi cruciali per chi vuole interessarsi di politica. Non dimenticando, come Enrico Letta  ha ricordato nell'inaugurazione di SdP, la distinzione tra “politica” e “politiche”, cara a Nino Andreatta  imperniata sulla consapevolezza che la politica si realizza attraverso la progettazione e la realizzazione delle politiche e che, affinché la prima riacquisti credibilità e forza, sono necessarie preparazione e competenza. Faccio parte di una generazione che non ha potuto seguire l'azione di Nino Andreatta e penso che sia uno di quei personaggi che hanno lasciato un vuoto che sarà difficile colmare in quest'epoca di politica alla House of Cards.      
Categorie
TOP