21-12-2015

L'attualità e l'etica della responsabilità

di Alice Andreuzzi, Classe A Il terrore di Daesh, la difesa di una guerra giusta e tutti i grandi temi della contemporaneità hanno bisogno di una riflessione profonda, che metta in luce i conflitti etici con i quali necessariamente si interfacciano.
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di Alice Andreuzzi, Classe A Il terrore di Daesh, la difesa di una guerra giusta e tutti i grandi temi della contemporaneità hanno bisogno di una riflessione profonda, che metta in luce i conflitti etici con i quali necessariamente si interfacciano. Nel Mahābhārata, storico poema epico indiano, è introdotto un dialogo essenziale per le riflessioni etiche di tutti i tempi, tanto da ispirare grandi intellettuali e poeti. Nella battaglia di Kurukshetra, si scontrano i Pandava, famiglia reale legittima erede al trono, e i Kaurava, loro cugini usurpatori del regno. Arjuna, uno dei protagonisti del dialogo, è fratello del legittimo erede al trono e combatte da valoroso guerriero dalla parte dei Pandava. Krishna, l’interlocutore, è  il suo consigliere. Di fronte alla distruzione e alla morte che la guerra e le proprie azioni hanno causato e causeranno, Arjuna esprime il suo profondo sconforto. Egli non ha alcun dubbio sulla giusta motivazione della guerra, il trono è stato usurpato e suo compito è ristabilire la giustizia. A turbarlo è piuttosto la domanda: a quale prezzo? Quante persone, per lo più innocenti, dovranno morire per le sue stesse mani? Quanta distruzione dovrà esser sopportata? Krishna, d’altra parte, ha il compito di confortare l’amico e lo fa esprimendo un pensiero profondamente deontologico: Arjuna è destinato a compiere il suo dovere, in qualunque caso e qualsiasi siano le conseguenze. Questo conflitto etico è strettamente legato a quello che Max Weber individuò come relazione tra etica della convinzione e etica della responsabilità. La prima, espressa dalle parole di Krishna, pone l’accento sulla forte causa che motiva l’azione. Il rispetto del dovere e il ripristino della giustizia sono i principi che devono ispirare l’azione di guerra. La seconda, al contrario, prende forma nelle riflessioni di Arjuna. Pur considerando pure le motivazioni di partenza, l’uomo ha il compito di interrogarsi e di assumersi la responsabilità anche delle conseguenze delle proprie azioni. L’uso di mezzi meschini per ottenere i propri giusti obiettivi non può essere consentito, soprattutto se in ballo vi sono vite umane. È a partire da questo conflitto etico e dalla posizione che di volta in volta assumiamo riguardo ad esso che è necessario riflettere sulle questioni che caratterizzano la modernità. L’azione terroristica dello Stato islamico si basa, formalmente, su un principio etico, precisamente di etica delle convinzioni. Religione ed etica sono qui strettamente connesse, qualsiasi sia il nostro giudizio riguardo i precetti che costituiscono quest’ultima. Gli infedeli devono essere uccisi, la giustizia dell’IS deve essere ripristinata e lo Stato islamico dominare il mondo. Questi sono i principi, o meglio le convinzioni, che motivano molti degli uomini di Daesh. E non importa se molti altri nascondono dietro queste affermazioni motivazioni economiche, utilitaristiche o politiche. Ciò che conta è che tutti costoro dimenticano l’etica della responsabilità. Che conseguenze avrà il terrorismo sulla vita delle vittime o dei loro famigliari? Che cosa significa sparare ad innocenti durante un concerto? Che atmosfera si produce? La riflessione si fa però ancora più sfidante se si prende in esame la reazione del mondo occidentale di fronte al terrore. Non c’è anche lì, nell'inneggiare alla guerra giusta, ai bombardamenti o alla chiusura delle frontiere un mettere da parte l’etica della responsabilità? Quest’ultima ci impone di pensare agli esiti delle nostre azioni. Esiti che, come sostenuto dal premio Nobel per l’economia Amartya Sen, non dovrebbero essere solo conclusivi ma comprensivi. Non si tratta soltanto di calcolare quante morti innocenti si causano, ma ragionare sui processi che le hanno provocate e sulle conseguenze ideologiche che si potrebbero ottenere, come un odio sempre più acceso verso l’Occidente. Sia chiaro, l’etica delle convinzioni è spesso essenziale. La passione per la buona causa e il dovere di agire secondo giustizia ci allontanano dall'inazione e dell’indifferenza. Abbandonare la propria causa per paura delle conseguenze è spesso deleterio quanto agire per difenderla senza assumersene la responsabilità. Ma è proprio dalla complementarità di questi due principi che l’uomo, come sosteneva Weber in La politica come professione, dovrebbe lasciarsi ispirare: «Pertanto l’etica della convinzione e quella della responsabilità non sono assolutamente antitetiche ma si completano a vicenda e solo congiunte formano il vero uomo, quello che può avere la "vocazione per la politica"». La convinzione pura e la riflessione sugli esiti di essa devono muovere l’agire umano, senza che sia mai dimenticato il peso di una di queste. Il principio di Ferdinando I d’Asburgo Fiat iustitia et pereat mundus (Sia fatta giustizia e perisca pure il mondo) non può essere l’unico sprone del nostro intervento. D'altronde, che giustizia otterremmo se il mondo, o una parte di esso, perisse davvero sotto le nostre mani?  

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