15-07-2016

Lavoro, ecco la sfida della Ue in Cina

Andrea Montanino, La Stampa 15/07/2016
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Andrea Montanino, La Stampa 15/07/2016   Negli ultimi giorni si è svolto a Pechino il vertice bilaterale Cina - Unione Europea con molti temi economici e commerciali sul tappeto. Da questi incontri, e dalle decisioni che ne deriveranno, dipenderà il futuro degli investimenti bilaterali, dell’espansione del commercio cinese, di molti posti di lavoro in Europa. Il commercio mondiale è ormai dominato dalla Cina, e non era così solo 10 anni fa. Dai giocattoli, ai vestiti, alle mele, è difficile individuare un prodotto che arrivi da fuori e non sia in tutto o in parte «made in China». Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2004 la Cina superò il Giappone come primo Paese esportatore dell’Asia, nel 2007 sorpassò gli Stati Uniti nel ranking mondiale e nel 2009 la Germania, diventando il primo Paese al mondo per esportazioni. Il valore dell’export cinese è aumentato di 4 volte in 10 anni ed è ormai ampiamente superiore a quello degli Stati Uniti. Oltre ai prodotti finiti, la Cina ha un ruolo di primo piano anche per ciò che riguarda la produzione e esportazione di prodotti intermedi, che poi verranno assemblati da qualche altra parte nel mondo e che ormai rappresentano più della metà del commercio mondiale. Ebbene, il 40 per cento delle esportazioni cinesi sono proprio componenti di qualcosa che diventerà un prodotto finito e immesso sul mercato da qualche altro Paese. È questo intreccio tra prodotti cinesi e prodotti di Paesi avanzati che richiede che la Cina si adegui rapidamente alle regole su qualità e sicurezza a cui noi cittadini occidentali siamo ormai abituati. Infatti, non tutti i Paesi sono uguali: le regole sul mercato del lavoro vigenti in Europa ad esempio tutelano in maniera molto più incisiva i lavoratori di quanto avvenga in Cina. Malgrado il Paese abbia ratificato i principali trattati sul lavoro minorile, le statistiche non sembrano ancora affidabili e le cronache riportano di tanto in tanto casi di sfruttamento. La stessa cosa vale per i diritti sindacali o la sicurezza sui luoghi di lavoro. Non si può fermare, e in un mondo globalizzato non avrebbe senso, la crescita della Cina come potenza economica globale. Si può e si deve invece accelerare il processo di assimilazione delle regole cinesi a quelle dei Paesi più avanzati. Un modo è portare a termine i due grandi accordi sul libero commercio nel quale sono impegnati gli Stati Uniti: il Ttip con gli europei e il Tpp con i Paesi del pacifico. Nel caso in cui i due trattati entrassero in vigore, la Cina sarebbe costretta a adattarsi a quelle regole per poter continuare a penetrare i mercati dei Paesi avanzati. Ma dovrebbe fare i conti anche con le difficoltà a scambiare beni con i Paesi limitrofi - Vietnam e Malesia ad esempio - che si porterebbero rapidamente sugli standard più avanzati derivanti dall’accordo. Che gli accordi determinerebbero un innalzamento degli standard in Cina è fuori di dubbio: per fare un esempio, la sottoscrizione del Tpp da parte del Vietnam ha obbligato il Paese ad applicare il riconoscimento dei diritti sindacali. Senza l’accordo questo non sarebbe stato possibile, ma noi avremmo continuato a comprare le loro magliette. Un altro modo è convincere i cinesi che la crescita dei consumi interni - necessaria per riequilibrare una crescita economica basata sugli investimenti - passa per un aumento del potere di acquisto, cioè dei salari. Anche in questo caso, l’applicazione di regole più avanzate porterebbe con sé un aumento dei salari, così come dimostra la storia delle conquiste sindacali. Infine, va fatto capire ai cinesi che la storia li chiama a giocare un ruolo di responsabilità in un mondo sempre più globalizzato. La presidenza del G20, il raddoppio del potere di voto al Fondo monetario internazionale, oppure ancora la creazione di una nuova istituzione multilaterale a guida cinese (la banca asiatica per gli investimenti e le infrastrutture) mettono il Paese al centro delle decisioni di governance economica mondiale in questo 2016. Questo nuovo ruolo non significa solo maggiore potere e peso nelle decisioni, ma anche e soprattutto richiede un atteggiamento cooperativo e che vada oltre gli interessi particolari. I leader europei, impegnati in questi tempi a sfide nuove per la tenuta dell’Unione, devono lavorare con la Cina per far sì che le conquiste ottenute in termini di qualità dei prodotti e standard di vita si allarghino anche ad altre nazioni nel mondo. Tutto passa, alla fine, per un sano sistema di regole.  

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