24-01-2016

Legalizzazione delle droghe leggere: quando lo Stato non punta in alto

di Michele Testoni, Classe C In questi giorni è tornata alla ribalta la mai sopita discussione sulla legalizzazione delle droghe leggere, anche a causa della presentazione di un disegno di legge intergruppo che chiede un’apertura legislativa in tal senso. Così detrattori e sostenitori hanno ripreso a scontrarsi, rifacendosi a fonti più o meno verificate sugli eventuali effetti negativi e sulla loro comparazione con altre sostanze socialmente o legalmente accettate come fumo o alcool.
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di Michele Testoni, Classe C Citando Giliberto Capano “non esistono soluzioni semplici a problemi complessi”. In questi giorni è tornata alla ribalta la mai sopita discussione sulla legalizzazione delle droghe leggere, anche a causa della presentazione di un disegno di legge intergruppo che chiede un’apertura legislativa in tal senso. Così detrattori e sostenitori hanno ripreso a scontrarsi, rifacendosi a fonti più o meno verificate sugli eventuali effetti negativi e sulla loro comparazione con altre sostanze socialmente o legalmente accettate come fumo o alcool. L’articolo non vuole addentrarsi in questo tema perché la letteratura medica non è ancora riuscita a fornire un quadro chiaro e definito degli effetti del consumo di cannabis ed altre droghe leggere, che tuttavia solo un commentatore fazioso ed ipocrita potrebbe negare. Il problema da affrontare tuttavia non è questo, quanto piuttosto il fatto che manchi un approccio politico e sociale al problema della dipendenza. È indubbio che ci siano retaggi culturali e ragioni storico/commerciali per cui, a partire dagli Stati Uniti, ci sia una minore accettazione sociale di alcune sostanze a rischio rispetto ad altre ma non è ancora questo il punto. E’ svilente che si faccia una gara al ribasso tra cosa fa più male. Il fumo è una piaga sociale, ed è legale, il gioco d’azzardo è una piaga sociale, ed è legale, l’alcolismo è una piaga sociale, ed è legale. Nessuna persona di buon senso mette in discussione tutto ciò: legale tuttavia significa tollerato, che è un atteggiamento ben diverso dalla accettazione indifferente. Lo Stato stesso e gli enti locali, checché se ne dica, spendono molte energie e denaro nella dissuasione e prevenzione, nelle cure mediche e nell’accompagnamento alla normalità per chi è caduto per sua debolezza nei pozzi bui di queste dipendenze. Quello che non si capisce è la ratio per cui si voglia rendere permesso e accettato che a questi problemi se ne aggiungano altri, anche nell’eventualità che gli effetti sociali siano minori di quelli apportati da altre sostanze tollerate. È un’abbassarsi a una situazione di impotenza, accettare che queste cose succedono e quindi prima o poi bisognerà abituarsi. Non è un obiettivo alto, non è una politica mossa dagli ideali, non c’è un disegno di futuro in questo. Uno stato che voglia fregiarsi della lettera maiuscola deve garantire non solo la libertà e la sicurezza dei suoi cittadini, ma anche che le loro scelte vadano nella direzione giusta. Quando un figlio ha un problema il padre non fa "spallucce" ma cerca di risolverlo! Allora perché non ci chiediamo come mai sempre più giovani si buttano su queste dipendenze (qualsiasi esse siano)? Perché va ricercato il divertimento nello sballo, perché non si riesce più ad avere speranza nel futuro, perché certi valori sono caduti, perché la voglia di spendersi per la cosa pubblica e il proprio ambiente di vita è sempre più delegata ad un "tanto ci penseranno gli altri". La politica dovrebbe costruire, dare l’esempio, creare coesione. Non deve fare come un insegnante mediocre che non motiva ad andare a scuola, non crede in quello che fa ma poi firma la giustificazione. Quando la politica non costruisce cerca soluzioni semplici, apparenti palliativi, ma non crea futuro, non ha una visione. Perché allora non legalizziamo anche le droghe pesanti o la prostituzione? È una questione di libertà personale dicono alcuni. No, non lo è. Chi si trova a che fare con tali dipendenze ha alle spalle storie di vita dimenticata che, proprio per la mancanza di libertà e di riferimenti, lo hanno portato lì. E chi non si diverte se non si sballa ha bisogno di speranza, di motivazione e non di un nulla osta. È curiosa anche la teoria secondo la quale legalizzando le droghe leggere si tolga terreno alla mafia. Lo stesso Paolo Borsellino, che di mafia se ne intendeva, ha evidenziato come una regolamentazione pubblica del commercio di cannabis non risolverebbe il problema del traffico illegale. Il prezzo regolamentato, i limiti di età e di quantitativo esporrebbero lo stesso le fasce più a rischio (minori, meno abbienti, più assuefatti) a rivolgersi al mercato nero. Così come le case chiuse per lo stesso motivo non eliminerebbero le prostitute dai viali di periferia. Conferma ce l’abbiamo dalla cronaca quotidiana: aprire pizzerie, costruire case, pale eoliche o viadotti è illegale? No, ci mancherebbe! Però la mafia non rimane a guardare. Anche qui è un problema di obiettivi: vogliamo togliere alla mafia quote di mercato o la vogliamo sconfiggere? Non è solo una questione di metodo, è una questione di civiltà.
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