22-03-2016

L'Europa è fragile, gli europei no

di Laura Giani, Classe A Gli Europei hanno ancora tanto da dire, e tanto da voler dimostrare. Non solo! Gli europei hanno altre armi con cui combattere; armi che non sono le bombe lanciate in Siria, ma armi che sono il frutto di una passione che ci unisce, che ci rende sì un popolo delicato, ma unicamente forte.
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di Laura Giani, Classe A 11 Settembre 2001, New York. 11 Marzo 2004, Madrid. 7 Luglio 2005, Londra. 12 Novembre 2015, Beirut. 13 Novembre 2015, Parigi. 22 Marzo 2016, Bruxelles. Sembrano solo date e luoghi, ma ci ricordano di attacchi che hanno scosso il nostro pianeta. Da Oriente a Occidente, poco importa rivolte a chi. Importa che questi assalti cambiano il nostro modo di guardare il mondo perché hanno colpito qualcosa che ci rappresenta. Oggi, 22 marzo 2016, ciò che gli jihadisti hanno ferito è la nostra immagine di Europa, ma non solo. Hanno frantumato, per la seconda volta in pochi mesi, un equilibrio precario che i vari Stati europei cercano di tenere insieme. Colpire Bruxelles vuol dire attaccare quell’ultimo simbolo di Europa che c’è rimasto. Noi europei che camminiamo, corriamo, ci muoviamo tra queste città – per noi cittadini del mondo, un aeroporto è come una seconda casa. E oggi, in questa mattina di una primavera che tarda ad arrivare, almeno nel nord Europa, quando l’aeroporto di Zeventem ha tremato, dentro abbiamo tremato tutti. Sì, è vero, ormai siamo entrati in un'ottica di continuo terrore che ci spinge a essere estremamente realisti e a pensare che magari toccherà anche a noi, prima o poi. Ma questo non ferma il terrore e l’angoscia che proviamo, chi da vicino e chi da lontano, quando sul nostro cellulare arriva la breaking news che ci rende partecipi di questo ennesimo atto di terrorismo. La rivendicazione da parte di ISIS che suona sempre nello stesso modo (‘Siamo stati noi’) non solo fa paura, ma genera anche tanta – tantissima – rabbia. Rabbia nei confronti di chi uccide in nome di nessuno, perché non c’è alcun Dio che vorrebbe la morte dei suoi figli. Rabbia nei confronti di gente a cui è stato fatto un lavaggio del cervello così profondo che mai saranno capaci di tornare indietro. Rabbia nei confronti di una sicurezza talmente instabile che quasi non esiste più. Però, quello che contraddistingue noi europei, penso, è ancora quel senso di appartenenza a qualcosa di più grande. Alcuni la chiamano Europa, altri non la definiscono. Ma c’è qualcosa che ci lega, e che ci rende superiori a molti altri. Basti pensare che al tweet del personaggio televisivo inglese Katie Hopkins -  che parlando degli attacchi di terrorismo di Bruxelles, ha dato la colpa agli europei favorevoli all’apertura delle frontiere per i rifugiati – molti belgi hanno risposto che lei non aveva alcun diritto di parlare della loro nazione e che, mentre i rifugiati erano i benvenuti, lei no. Questa è la dimostrazione che magari l’Europa è fragile, ma gli europei no. Gli Europei hanno ancora tanto da dire, e tanto da voler dimostrare. Non solo! Gli europei hanno altre armi con cui combattere; armi che non sono le bombe lanciate in Siria, ma armi che sono il frutto di una passione che ci unisce, che ci rende sì un popolo delicato, ma unicamente forte. E se oggi giorno stiamo vivendo questa terza guerra mondiale che si combatte a pezzetini, come ha detto Papa Francesco, l’Europa deve essere pronta a reagire, come continuano a reagire gli europei dopo ogni attacco che fa tremare la nostra terra. Noi non smetteremo di muoverci; noi continueremo a popolare questa Europa che è nostra, perché l’abbiamo costruita con tanto impegno. Magari ci vorrà del tempo, forse dovremo ritrovare il coraggio di prendere la metro o un autobus, ma ce la faremo, come ce l’hanno fatta gli americani dopo gli attentati alle Torri Gemelle, gli spagnoli dopo le bombe nei treni di Madrid, dopo gli inglesi, dopo gli abitanti di Beirut, Parigi, e da oggi, Bruxelles. Gli europei non hanno voglia di morire, e l’Europa, oggi, ha il compito di trovare il modo per farli tornare a vivere.    
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