05-04-2017

L’ingegner Rosa e il Barone rampante ovvero far la rivoluzione per mare e per alberi

Il mondo diventa più comprensibile se osservato dai rami degli alberi o da un’isola perché, come era solito dire il barone, “chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria”.

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Hostium rabies diruit opus non ideam. (“La rabbia del nemico distrusse l’opera, non l’idea”, motto stampato sugli ultimi francobolli emessi dalla “Repubblica dell’Isola delle Rose” raffiguranti la sua esplosione.)   Venerdì 3 marzo è morto Giorgio Rosa e ricordando la sua storia mi trovo di fronte a un bivio. Volendo raccontare la breve vita della “Repubblica dell’Isola delle Rose” non riesco a resistere alla tentazione di lasciare sullo sfondo l’aspetto più immediato, il valore storico della impresa dell’ingegner Rosa e abbandonarmi, invece, al fascino letterario e forse politico che misteriosamente convive con ogni fallimento e in modo particolare in questo caso. Ma dato che è già stato scritto molto sull’Isola delle Rose, lo stato meteora che affiorò al largo di Rimini appena al di fuori dal limite delle acque territoriali nel 1968, ripercorrere le tappe della sua nascita e le ragioni del suo tramonto avrebbe quindi poco senso[1]. Meglio lasciarsi trasportare dalla seconda opzione: mantenere in vita l’idea di Giorgio Rosa e rassegnarci con tristezza al fatto che l’opus giacerà per sempre sul fondale sabbioso dell’Adriatico.   Siamo abituati a misurare il coraggio degli eroi sommando la portata dei pericoli che hanno accettato di affrontare e il successo delle loro imprese. Applicando queste unità di misura, la statura di Giorgio Rosa è molto diversa da quella di un eroe. Avendo dormito sull’Isola una sola notte, non si può certo dire che abbia rischiato la vita: perse invece tempo e denaro ma, per sua fortuna, i due non gli mancavano. Non parliamo poi del successo: la sua piccola utopia durò solo 55 giorni prima di inabissarsi, minata dagli hostes italiani. Eppure non c’è dubbio: Giorgio Rosa è stato un eroe ma di un genere molto diverso da quello che siamo abituati ad ammirare e molto simile a quello di un indimenticabile personaggio letterario raccontato da Italo Calvino: Cosimo Piovasco di Rondò, meglio noto come il Barone rampante.   Il borghese ingegner Rosa detestava con la stessa intensità la chiesa cattolica, la Democrazia Cristiana e il comunismo: per questo decise di fare la sua piccola rivoluzione in mezzo al mare. Nel 1968 nelle aule universitarie d’Europa si combatte il sistema a suon di occupazioni e parole altisonanti. La colonna sonora della rivoluzione di Giorgio Rosa è molto diversa e si riassume in due suoni tanto opposti quanto necessari a un’esistenza felice. Il primo è il rumore delicato del mare al mattino presto, il secondo è più fragoroso: quello di un motoscafo da sci nautico che sfreccia vicino all’isola coprendo per un momento le note di un tormentone estivo alla radio, facciamo pure che sia un Luglio  alla Riccardo del Turco. La rivoluzione di Rosa è una fuga dai conflitti della politica e dalla complessità della terraferma. Qualcuno obietterà che fuggire è da codardi perché gli eroi, quelli veri, restano e combattono per cambiare le cose. Eppure, a distanza di quasi sessant’anni, ogni gesto della “fuga” di Giorgio Rosa sembra un piccolo atto di resistenza ispirato da un’ingenuità coraggiosa: fondare uno stato immaginario, formare un governo indipendente nominando ministri i propri amici, stampare francobolli colorati e scegliere una lingua ufficiale che non appartiene a nessuno e quindi a tutti, l’Esperanto. Più poeticamente “far crescere le rose sul mare”. Due secoli prima, in un passato letterario, accadde qualcosa di simile. Il 15 giugno 1767, nell’immaginaria tenuta di Ombrosa, il barone Cosimo Piovasco di Rondò sedette a tavola per pranzare con la sua aristocratica famiglia: il menù monotematico prevedeva zuppa di lumache e pietanza di lumache preparate dalla sorella Battista, monaca di casa. Il barone rampante rifiutò quel piatto e con esso la banalità delle esistenze ordinarie. Cosimo “decise di separare la sua sorte dalla nostra” e di passare tutta la propria vita sugli alberi. Non scese nemmeno il giorno della propria morte quando, ormai anziano, si aggrappò con la poca forza rimastagli all’ancora di una mongolfiera di passaggio. Vivere sugli alberi non gli impedì di innamorarsi né di incontrare Napoleone Bonaparte, anzi: rifiutando un piatto di lumache, Cosimo riuscì a cambiare la propria esistenza e quella degli altri molto più di quanto avrebbe fatto restando nelle sale affrescate della villa di famiglia. Il valore della scelta del barone rampante e dell’ingegnere “galleggiante” non è quindi solo estetico ma anche politico. La loro fuga può essere interpretata come gesto di egoismo ma anche come atto di coraggio del rivoluzionario capace di  interpellare la  società dell’epoca come minimo su due fronti. La prima lezione della fuga di Cosimo e Giorgio ha a che fare con la prospettiva dalla quale guardiamo i problemi della società. Il mondo diventa più comprensibile se osservato dai rami degli alberi o da un’isola perché, come era solito dire il barone, “chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria”. La seconda conseguenza di quei gesti è muovere la società a una reazione, per farla uscire dal ruolo di semplice spettatrice delle due rivoluzioni solitarie. Ci aiuta Calvino[2] quando spiega il significato politico della scelta del suo personaggio in una nota al romanzo pubblicata nel 1960 dove usa parole perfette per descrivere anche l’avventura di Rosa, non ancora accaduta: «Il gioco cominciava a interessarmi solo se facevo di questo personaggio che rifiuta di camminare per terra come gli altri non un misantropo ma un uomo continuamente dedito al bene del prossimo, inserito nel movimento dei suoi tempi, che vuole partecipare a ogni aspetto della vita attiva […] sapendo che per essere con gli altri veramente la sola via era d’essere separato dagli altri, di imporre testardamente a sé e agli altri quella sua incomoda singolarità e solitudine in tutte le ore e in tutti i momenti della sua vita, così come è vocazione del poeta, dell’esploratore, del rivoluzionario».   Il corpo di Cosimo non è mai tornato sulla terra ma nella tomba dei Piovasco di Rondò una stele ricorda la sua singolare esistenza. Forse a Giorgio Rosa sarebbe piaciuto il suo epitaffio: “Cosimo Piovasco di Rondò – Visse sugli alberi – Amò sempre la terra – Salì in cielo”. [1] Per chi non conoscesse la storia dell’Isola delle Rose: G. Rosa, L’Isola delle Rose, Persiani Editore, Bologna 2009.   [2] Calvino adottò un comportamento simile abbandonando l’impegno politico nel Partito Comunista Italiano colpevole di aver sostenuto la repressione sovietica della rivoluzione ungherese del 1956.

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