15-03-2016

Lo stralcio dell’obbligo alla fedeltà: storia di una discriminazione al contrario

di Giuseppe Aprile, Classe A Il matrimonio (così come l’unione civile) in una democrazia liberale e sociale, non dovrebbe trovare fondamento, quanto piuttosto garanzia in un istituto giuridico, il cui scopo dovrebbe essere quello di incorporare gli interessi in diritti e non di sanzionare la trasgressione di obblighi morali.
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di Giuseppe Aprile, Classe A In Senato si è lottato per stralciare dal testo del decreto sulle unioni civili il riferimento all’obbligo alla fedeltà. Nelle intenzioni di chi lo ha voluto si è trattato di un necessario distinguo da fare con l’istituto del matrimonio per aver sempre ben presente che uno di quei due “oggetti” giuridici così apparentemente simili in realtà è un po’ scheggiato, è una tazzina dal manico rotto, poi sistemata alla bene e meglio nella credenza vicino alla gemella per non darlo troppo a vedere. Una operazione di occultamento di stampo oscurantista-medievale, realizzata dai sostenitori del contro natura, si è detto. A pensarci bene però, obbligo reciproco alla fedeltà, è una espressione bizzarra. Perché, concettualmente, l’idea di una fattiva coercibilità esterna degli individui a tenere un determinato comportamento (l’essere fedeli) stride con la fonte che dovrebbe realmente animarlo: un principio (eventualmente) radicato nell’intimo e afferente quindi alla sfera dei valori personali. Eppure, il legislatore ha considerato quale fonte dell’obbligo un negozio giuridico, che, sebbene promani dalla volontà dei soggetti, si costituisce all’esterno di essi per essere regolato dalla legge e uscire quindi dalla loro autonomia privata. In un certo senso – suggestione di questo impianto – è come se nella condizione di esseri umani avessimo bisogno di incorporare in un ente terzo la nostra moralità, a monito della sua esistenza e a faro della nostra condotta, altrimenti disorientati nell’agire. È come se dovessimo legarci alla prua tra le sirene, per assicurarci di non andare contro natura; è come se ammettessimo di essere in una condizione di miserabile lotta interiore che non siamo in grado di gestire in autonomia. Ecco che, quindi, la nuova “formazione sociale”, così tanto bistrattata e tenacemente voluta monca, è paradossalmente ancora più elegante di quella collaudata finora, ancora più aderente alla libertà e alla capacità di autodeterminazione dei singoli. Lo stralcio dell’obbligo alla fedeltà, originariamente voluto per imbrattarla, finisce per conferirle una tinta esaltante: la fiducia nella possibilità di compiere scelte di vita autonome e di assicurarne il rispetto in prima persona, senza dover prevedere rimedi correttivi a livello legislativo in caso di trasgressione. Riflettendoci, cioè, la tazzina con il manico, quella che abbiamo la facoltà di impugnare e di governare anche bollente, l’unica su cui abbiamo pieno controllo di individui è proprio questa appena fabbricata. E l’altra, sbeccata dal tempo, fuori dalla nostra capacità prensile, resta un monumento all’autocontrollo delegato, compiutamente manifesto nel tentativo di sfregiare la gemella. Serendipità politica, diremmo. Ma qualcuno se n’è accorto, scatenando la baruffa goldoniana. Ed ecco che, forse percepitisi esautorati della propria facoltà di autodeterminazione, alcuni senatori hanno proposto di stralciare il riferimento anche dall’istituto più antico, perché il manico sarà anche rotto, ma con un po’ di colla, sul modello della tazzina nuova, ora glielo si può riattaccare… stralciando. Ecco che, allora, il bisogno di codificare sotto forma di obbligo legislativo quella che dovrebbe essere la naturale conseguenza di una scelta di vita si rivela solo un rito apotropaico. Perché il vincolarsi a un altro soggetto tramite un oggetto esterno – come un contratto – per essere certi di mantenersi fedeli a esso, è una necessità consona agli accordi di natura patrimoniale; mentre invece, la scelta della fedeltà coniugale è un accordo di natura morale che solo in noi stessi può trovare vincolo e certezza. Il bisogno di un oggetto esterno cui incatenarsi (e annessa disciplina sanzionatoria) in un caso del genere può discendere solo da una mancanza di piena consapevolezza personale, cui fa seguito una spasmodica e immatura ricerca di conferme esterne. E il rischio, più in generale, dell’alienazione dal contesto del sé o della santificazione giuridica delle motivazioni delle scelte di vita, è quello di generare meccanismi adattivi che finiscono per costruire una società a mattoncini magnetici fluttuanti, in cui ci si accalca per stare nel mucchio e ci si muove per inerzia senza direzione. La vera scelta contro la nostra natura di esseri umani liberi è quella di rinunciare a cercare dentro noi stessi le motivazioni, affidandole a modelli codificati a livello legislativo che le giustifichino al nostro posto. E in questo contesto, ciò non implica affatto un rifiuto aprioristico del matrimonio, ma apre piuttosto una riflessione sulle sue radici (laiche), al fine di inquadrarlo in una nuova prospettiva e di ricontestualizzarlo storicamente. Il problema emergente dalla situazione di discrimine è la sua eterofondazione. E, beffarda confusione linguistica a parte, si va qui oltre una discussione su uguaglianza o differenza del sesso dei coniugi. Il matrimonio (così come l’unione civile) in una democrazia liberale e sociale, non dovrebbe trovare fondamento, quanto piuttosto garanzia in un istituto giuridico, il cui scopo dovrebbe essere quello di incorporare gli interessi in diritti e non di sanzionare la trasgressione di obblighi morali. Un obbligo morale alla fedeltà teoricamente a insorgenza interna, ma di fatto con fonte legislativa e quindi esterna, sposta anche l’accertamento del suo rispetto dalla sfera di competenza dell’individuo a quella dello Stato. E nella misura in cui tale rispetto è condizione necessaria di validità ontologica del matrimonio, il suo stesso fulcro fondante viene traslato dal soggetto all’istituto giuridico. In sintesi, la fedeltà, dovrebbe essere considerata come qualità naturale dell’amore esclusivo che lo motiva. La disciplina attuale, invece, è più vicina a quella di uno Stato paternalista che, in buona o cattiva fede, considera il matrimonio affare di diritto pubblico. E ritiene più facile mantenere la coesione degli individui sancendone come giuste o sbagliate le passioni, liberandoli della necessità di operare autonomamente tale valutazione o, al contrario, limitandone indirettamente le scelte possibili in un quadro sociale che, già stigmatizzato, potrebbe esserlo ulteriormente da una non totale equiparazione dei due istituti. Ma se il pregiudizio culturale sembra penalizzare l’unione civile nell’associazione biunivoca fedeltà-matrimonio, è paradossalmente proprio quest’ultimo a uscirne discriminato. Di conseguenza, dovremmo essere piuttosto contenti di aver stralciato l’obbligo alla fedeltà dalle unioni civili. Perché l’operazione del Senato, che nelle intenzioni era una denaturazione del matrimonio a unione civile (come se si ottenesse il secondo istituto privando il primo – l’unico dei due considerato naturale – della presunta qualità essenziale di “fedeltà”), smaschera proprio il matrimonio quale istituto snaturato nella sua configurazione attuale. Esso viene, cioè, letteralmente privato dei suoi connotati essenziali, nel suo riporre all’esterno (cioè nello Stato) e non all’interno (cioè nell’individuo) la garanzia più profonda di una scelta di vita. Ed è una operazione fondamentale, che, messa in atto per impedire una rivoluzione antropologica contro natura, ha invece il potenziale di restituire a ogni scelta d’amore la propria, di natura: quella di essere libera e autofondata.
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