11-02-2016

Modello Emilia: avanguardia e tradizione

di Martina Sforacchi, Classe C Il “modello emiliano” è quella configurazione socio-politica che si realizza concretamente tra gli anni Cinquanta e Settanta del XX secolo e che porta questa economia a crescere alla velocità di 5 punti percentuali all'anno, velocità paragonabile solo al “pilastro” tedesco.
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di Martina Sforacchi, Classe C Sono anni a dir poco turbolenti quelli in cui la mia generazione è cresciuta e ha iniziato a guadare con occhio critico il mondo. Anni caratterizzati da sfiducia nella rappresentanza politica, rapporti internazionali instabili e mercati economici sempre più dinamici, che non esitano a eliminare chi non rimane al passo con i tempi. Anni in cui non è facile diventare cittadini consapevoli non solo dell’Italia, ma anche e soprattutto del mondo. Diventa sempre più difficile percepire le piccole e silenziose bellezze che ci circondano e che sono in grado di trasmetterci la forza per tenere vivi i nostri valori. Dedico allora parte delle mie energie alla ricerca di queste piccole perle, partendo dalle mie radici e da ciò che più mi è vicino. L’Emilia non delude e mostra uno spaccato della realtà all’altezza delle aspettative, in cui si fondono valori e innovazione. Il “modello emiliano” è quella configurazione socio-politica che si realizza concretamente tra gli anni Cinquanta e Settanta del XX secolo e che porta questa economia a crescere alla velocità di 5 punti percentuali all'anno, velocità paragonabile solo al “pilastro” tedesco. Grandi cooperative e piccole/medie imprese costituiscono la base strutturale di questo modello. Imprese, tra l’altro, estremamente diversificate, poiché nell'arco dei nemmeno duecento chilometri della via Emilia ritroviamo le grandi scuderie automobilistiche, il comparto biomedico di Mirandola, la food machinery parmense, la grande industria alimentare, il business delle macchine utensili, il comparto tessile di Carpi e il grande settore turistico della Riviera. La base sociale in cui il “modello emiliano” va a insediarsi è una popolazione sempre più attenta ai diritti dei lavoratori, come dimostra il sempre maggiore attivismo del sindacato. In questo contesto, giocano poi un ruolo fondamentale la scolarizzazione di massa e la grande diffusione degli asili, che permette alle donne di contribuire attivamente all’economia. Non dimentichiamo che proprio in questi anni nasce il famoso Reggio Emilia approach, grazie al pedagogista Loris Malaguzzi. Il grande collante di tutti questi elementi è rappresentato dalla macchina politica, che da un lato supporta lo sviluppo economico con la realizzazione di grandi infrastrutture e fornendo incentivi indiretti all’imprenditoria, e dall’altro opera per appianare le disuguaglianze sociali e dare sostegno ai ceti popolari. I partiti di sinistra governarono le città emiliane già dal primo dopoguerra con una lungimiranza tale che gli permise di favorire una collaborazione nuova e produttiva tra imprenditoria e ceto popolare. Lo stretto legame tra sindacato, cooperative e potere è sicuramente il perno di questo modello innovativo.   La caduta di questi partiti sottrae al modello emiliano la propria base portante. Nel corso degli anni  appare poi sempre più evidente la perdita di interesse da parte delle popolazioni per la politica e l’attivismo, come dimostra l’elevatissimo astensionismo registratosi alle elezioni regionali del 2014, tanto che molti studiosi hanno definito il modello emiliano come un ricordo di un passato glorioso e ormai tramontato. Certo è che l’Emilia Romagna è una delle regioni a cui il mondo guarda con maggiore interesse: nel 2015 infatti si classificata al 141esimo posto all’interno del Regional Competitiveness Index, e ben alla 50esima posizione per  business sophistication, l’indicatore economico che misura l’efficienza nella produzione di beni e servizi.   Alla luce di questi ottimi risultati, che si inseriscono tra l’altro in un contesto economico difficile e aggravato dai recenti fenomeni sismici che hanno distrutto intere aziende, è difficile credere che questo modello sia completamente archiviato. Risulta più verosimile credere che questo modello sia prima di tutto una testimonianza tangibile di come dalle piccole e povere realtà, attraverso la cooperazione e l’unione, possa nascere un sistema economico efficace. In secondo luogo, anche oggi il modello emiliano ha lasciato alle generazioni successive valori, conoscenze e un modus operandi  collaudato e su cui poter sempre fare affidamento.   Un esempio bellissimo mi viene fornito da Gres Lab, impresa del comparto delle ceramiche. In seguito alla crisi dell’edilizia, l’impresa fu costretta a entrare dapprima in riduzione d’orario, in cassaintegrazione e successivamente a chiudere i battenti. I dipendenti seppero tuttavia trarre il meglio da questa vicenda. Richiedendo l’erogazione anticipata dei sussidi di disoccupazione (modalità prevista dalla Legge Fornero) e ottenendo sussidi da Legacoop, i dipendenti hanno potuto acquistare le attrezzature e fondare una cooperativa. È questo il famoso workers byout: il caso in cui i dipendenti comprano l’impresa e decidono di autogovernarsi.   Questo esempio è l’emblema di ciò che Joseph Schumpeter chiama “distruzione creativa”: quel processo innovativo alla base dell’evoluzione dei mercati che trae origine dal cambiamento, dal disequilibrio del mercato stesso. Se la crisi del settore ha impedito la sopravvivenza del classico modello di impresa, la risposta può essere trovata in un rinnovamento e un cambiamento strutturale.   La vera sfida ora è nostra e sta nel saper modernizzare questo modello. Nel sapere abilmente amalgamare questa visione più pragmatica del lavoro con le nuove tecnologie, le nuove esigenze che il mercato globale ha portato con sé e con il nuovo modello di classe politica. Sono anni affollati, come dice Giorgio Gaber, ma abbiamo testimonianze di come la differenza si possa e si debba fare.        
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