10-05-2016

Perché serve l’accordo sul commercio

Andrea Montanino, La Stampa, 26/04/2016 Ieri il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha fatto sentire la sua voce in Germania a favore della conclusione delle negoziazioni per l’accordo transatlantico sul commercio (Ttip – Transatlantic Trade and Investment Partnership), cercando di superare le forti resistenze all’accordo da parte dell’opinione pubblica tedesca.
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Andrea Montanino, La Stampa, 26/04/2016 Ieri il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha fatto sentire la sua voce in Germania a favore della conclusione delle negoziazioni per l’accordo transatlantico sul commercio (Ttip – Transatlantic Trade and Investment Partnership), cercando di superare le forti resistenze all’accordo da parte dell’opinione pubblica tedesca. L’ultimo anno della presidenza Obama è già stato il più significativo tra gli otto passati alla Casa Bianca: la normalizzazione dei rapporti con Cuba, l’accordo sul nucleare con l’Iran e il trattato transpacifico sul commercio siglato con undici Stati che si affacciano sul Pacifico hanno segnato la politica estera ed economica dell’amministrazione Obama. Ora, manca all’appello il Ttip. Questo non è un accordo commerciale come gli altri perché non riguarda tanto l’abbattimento di tariffe, quanto la definizione di regole comuni che dovrebbero rendere più fluido il commercio. La base di partenza è imponente: già oggi le due aree economiche valgono circa 32 mila miliardi di euro; quasi il 40 per cento della ricchezza prodotta ogni anno nel mondo. Lo scambio commerciale Ue-Usa è superiore ogni anno a 5 mila miliardi di euro e si stima che almeno 15 milioni di posti di lavoro tra Stati Uniti e Unione Europea dipendano da questo scambio commerciale. Eppure, c’è ancora molto scetticismo su entrambe le sponde dell’Atlantico. Naturalmente, accordi di questa portata che riguardano gli standard con cui si possono immettere beni sul mercato, vanno analizzati nei dettagli e hanno impatti diversi da settore a settore. Ci sono temi delicati che riguardano i prodotti agricoli e dell’agroindustria, così come vanno chiariti i meccanismi con i quali aziende straniere potranno far valere i propri diritti nelle dispute con gli Stati. È comunque indubbio che un accordo come il Ttip ha una valenza economica ma soprattutto strategica, che va al di là dei singoli dettagli. Dal punto di vista economico, tutti gli studi disponibili mostrano che il Pil aumenterebbe sia negli Stati Uniti sia nell’Unione Europea, con valori che potrebbero arrivare fino a mezzo punto di crescita in più all’anno. Il principale beneficio lo avrebbero le piccole e medie imprese che spesso non hanno una organizzazione interna capace di gestire la definizione di standard diversi da quelli del proprio luogo di produzione e hanno difficoltà a sostenere gli eventuali costi di consulenti esterni per adattarsi a diverse regolamentazioni. Le piccole e medie aziende esportatrici dall’Unione Europea verso gli Stati Uniti sono circa 150 mila ma con un accordo che semplificasse le procedure per introdurre i propri prodotti nel mercato americano, potrebbero diventare molte di più, creando ricchezza e occupazione. Ciò è vero per l’Europa nel suo complesso, ma è tanto più vero per l’Italia, che produce eccellenze in molti settori che però non sempre riescono ad arrivare oltreoceano per le piccole dimensioni delle aziende. L’Italia può in questi mesi giocare a Bruxelles un ruolo propulsivo affinché le negoziazioni si concludano prima dell’estate: la presenza come Rappresentante italiano presso le istituzioni europee dell’ex viceministro Carlo Calenda che tanto si è speso durante i suoi mesi al governo a favore del Ttip è una carta da giocare per assumere un ruolo guida tra gli Stati europei. Il Ttip ha poi un ruolo strategico. Gli Stati Uniti hanno bisogno di rinforzare la partnership transatlantica e di avere un’Europa forte economicamente perché solo in questo modo essa potrà svolgere un ruolo di contenimento delle molte crisi che la circondano - Ucraina, Russia, Siria, Libia - e limitare l’intervento americano. Inoltre, si sente il bisogno di riaffermare i valori che uniscono i due continenti, che invece sono minacciati da più parti: democrazia, stato di diritto, sistema economico di mercato, diritti umani, protezione dell’ambiente solo per citare i più rilevanti che ci identificano rispetto ad altre grandi potenze economiche. Infine, la definizione di un insieme comune di regole eviterebbe che gli standard del commercio globale diventassero quelli della Cina, grande potenza emergente che però non ha ancora raggiunto un livello di tutela del consumatore paragonabile a quello americano o europeo. Il giorno che Stati Uniti e Unione Europea inizieranno a produrre sulla base di standard comuni, il resto del mondo sarà inevitabilmente portato ad adattarsi a questa nuova realtà e non viceversa. Insomma, ci sono molti buoni argomenti per concludere positivamente un accordo, magari con una formula «aperta», che permetta di aggiustare il tiro strada facendo se non si riuscissero a definire tutti i dettagli. Chiudere un accordo non significherà però renderlo operativo: la ratifica da parte del Congresso americano sembra improbabile, anche perché non è stato ancora ratificato l’accordo transpacifico concluso ormai diversi mesi fa. La ratifica in Europa coinvolgerà i Parlamenti nazionali e anche questo sarà un processo lungo e faticoso. Ma la conclusione dei negoziati e la presentazione di un testo finale potrebbero essere un segnale politico importante: in America verrebbe ribadita l’alleanza privilegiata con gli europei e Obama concluderebbe la sua presidenza con un altro trionfo. In Europa, si darebbe un segnale forte ai cittadini: che si è ancora capaci di raggiungere risultati importanti a favore dell’integrazione degli Stati e dei popoli. Andrea Montanino, Direttore Global Business and Economics, Atlantic Council  

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