29-02-2016

Politica e politiche: luoghi comuni sulla Nazione

di Pietro Violante, Classe C " Ciò che invece ritengo fondamentale per il nostro lavoro insieme, è essere chiari sulle implicazioni di ogni singola politica: le politiche non sono diverse opzioni scientifiche, delle quali alcune giuste e efficaci e altre sbagliate e inefficaci. Sono scelte di campo. Alla SdP queste scelte non dobbiamo farle… ma dobbiamo riconoscerle. Per questo credo sia necessario sfatare una selva di luoghi comuni..."
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di Pietro Violante, Classe C Sono contento che Matteo Mancino abbia raccolto l’invito ad aprire un dibattito sul rapporto fra politica e politiche. Concordo con la maggior parte delle sue osservazioni; non con alcune delle conclusioni cui giunge. Il nostro punto di partenza è comune: la SdP è una palestra per esercitarsi sul significato della politica e delle politiche nella nostra società. L’investimento della scuola è un investimento umano senza preclusioni valoriali. Anzi, a patto di mantenere il rigore e la chiarezza sui temi affrontati, più diverse saranno le posizioni che incontreremo, più ricco sarà il nostro viaggio. L’equilibrio che ciascuno di noi troverà tra convinzioni, impegni professionali e impegno politico, è questione che non sarà risolta nella Scuola, bensì, come dice Matteo, nelle strade, nelle piazze, sul lavoro, nei partiti. Detto questo, non ritengo scientificamente convincente un approccio "ecumenico" ai problemi della politica. La politica non è un gioco a somma zero in cui diverse posizioni possono conciliarsi tramite soluzioni ottimali per tutti, perché la società è composta di fratture e la storia percorsa da conflitti. Accettare soluzioni politiche di compromesso non significa riconoscere nel compromesso la soluzione ottimale. Nonostante in molte parti del mondo venga periodicamente riproposto, e oggi sia dominante nel discorso politico italiano, non può esistere, al di là del nome, un Partito della Nazione, così come non può esistere un Partito del Buongoverno. Cosa c’entra tutto questo con il nostro lavoro alla Scuola? Non è nemmeno da discutere la possibilità di trovare una posizione politica comune, non è certo il motivo per cui siamo qui. Né credo sia fondamentale confrontare le posizioni di ciascuno. Ritengo invece necessario, da parte di tutti, uno sforzo di chiarezza nell’identificare, di volta in volta, le implicazioni valoriali di ciascuna policy. Talora questa realtà è dimenticata. Spesso nel discorso politico è dissimulata. Alla SdP alcune volte è fraintesa. Vorrei approfondire il discorso prendendo spunto da alcune lezioni che hanno ruotato intorno al concetto di Nazione. Bracconi, affrontando il discorso dell’informazione-scoop, ha parlato di un circolo vizioso tra gruppi editoriali e personaggi politici fondato sulla smania da motore di ricerca: essere in cima per «contare» di più. Non concordo con Bracconi quando sostiene che la soluzione a questa deriva possa essere di tipo tecnico (per esempio quotidiani on-line a pagamento). Credo invece che si tratti di un discorso prettamente politico, collocato nell’equilibrio valoriale di ciascuna forza politica o di ciascun leader. Per esempio qualche settimana fa, intervenendo nel dibattito sull’abolizione del reato di clandestinità, il presidente del consiglio ha sostenuto di essere d’accordo sulla necessità di cancellare il reato, ma di volerne rimandare l’abolizione perché oggi non si può comunicare ai cittadini un abbassamento del livello di attenzione sulla sicurezza. Questa è una scelta politica, in senso valoriale, molto forte: si subordinano il rafforzamento (forse il rispetto) dei diritti umani e l’efficacia di politiche appropriate di lotta all’immigrazione clandestina a esigenze di natura comunicativa. Tema strettamente connesso è quello del contare: contare nella comunicazione, contare in Europa, contare sullo scacchiere globale. Prendiamo per esempio il discorso di Guerrieri: rafforzare l’Europa per «contare» nell’economia globale. In questa prospettiva l’importante è individuare possibili soluzioni tecniche per mantenere il Pil aggregato dell’Ue in una posizione di rilievo sul piano globale. Ma se si osserva la questione dal punto di vista valoriale, il discorso è più complesso. Intanto Guerrieri stesso ha introdotto il suo quadro deprecando politiche di contrapposizione fra blocchi, perché in un’economia globale fortemente integrata nessuno, o di sicuro non tutti, hanno da guadagnare da un simile approccio. Questa tesi pare in aperta contraddizione con la sottolineatura della necessità di contare. Inoltre il problema maggiore è: contare, chi? Mi spiego: se per restare nell’euro un giovane greco su due è senza lavoro e quote sempre maggiori di popolazione versano in stato di malnutrizione, chi conta? Se in Italia per ridurre la spesa pubblica e rincorrere un bilancio "virtuoso" un bambino su venti, secondo Save the Children, non può permettersi un pasto proteico al giorno, chi conta? Sono domande che mettono in gioco scelte di campo politiche in senso valoriale. E la risposta «se l’Europa conta di più tutti gli europei conteranno di più» non è affatto scontata. Oltretutto ad essa si potrebbe obiettare: gli europei conteranno di più rispetto a chi? Rispetto agli africani? Rispetto agli asiatici? È, questa, una prospettiva soddisfacente dal punto di vista dei valori? L’idea stessa di nazione può essere individuata e interpretata in modi diversi. In questo senso è molto chiaro il lavoro di Limes: la rivista nasce quando comincia a diffondersi il discorso sulla fine dello Stato-nazione (tralasciamo le sciocchezze sulla «fine della storia») e, in forte controtendenza, afferma l’attualità dei confini nazionali e di tutte le realtà ideali e materiali che essi contengono. Oggi la rinazionalizzazione della politica europea sembra dare ragione a Limes. Ma ciò che importa, ai fini del nostro discorso sul metodo, è la scelta chiara di parlare di policies (nel caso di Limes, di geopolitica) partendo da un quadro di riferimento politico in senso forte, cioè senza nascondere la visione necessariamente parziale (di parte) di chi sceglie di affrontare temi politici. Sono profondamente convinto della giustezza della tesi di Gallino, citata da Matteo, sul nuovo corso della lotta di classe nell’ultimo quarantennio (la lotta di classe dei gruppi privilegiati per riconquistare i privilegi perduti). E personalmente abbraccio con entusiasmo i quattro punti proposti da Matteo: eguaglianza, equità, ambiente e solidarietà. A differenza di Matteo, invece, credo non sia affatto superata, nella realtà, la contrapposizione fra valori di destra e di sinistra. Credo che tale superamento sia una finzione retorica funzionale proprio alla lotta di classe di cui parla Gallino. Ma queste sono posizioni personali. Ciò che invece ritengo fondamentale per il nostro lavoro insieme, è essere chiari sulle implicazioni di ogni singola politica: le politiche non sono diverse opzioni scientifiche, delle quali alcune giuste e efficaci e altre sbagliate e inefficaci. Sono scelte di campo. Alla SdP queste scelte non dobbiamo farle… ma dobbiamo riconoscerle. Per questo credo sia necessario sfatare una selva di luoghi comuni, come penso abbia fatto puntualmente Tara Riva nel suo intervento a proposito di femminismo e nazionalismo. O come mi pare abbiano fatto Marco Meloni e Sofia Ventura, seppure in un excursus casuale, quando hanno sfatato il mito dei "professionisti prestati alla politica" e richiamato il rispetto che dobbiamo ad alcuni "politici di professione" (altra espressione inficiata da stratificate incrostazioni retoriche, che in realtà contiene significati ben più profondi e complessi).
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