03-05-2016

Politica e politiche: relazioni vs comunicazione

di Pietro Violante, Classe C L’intellettuale non è solo quello che trova la soluzione tecnicamente migliore... L’idea va messa alla prova nel mondo. E l’intellettuale deve essere in grado di formularla, condividerla, modificarla, confrontarla con l’esistente, con il reale. Questo è ciò che ho tratto dalla Scuola e ciò che secondo me essa ha di migliore.
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di Pietro Violante, Classe C Ci approssimiamo alla fine di un percorso. È una buona occasione per riflettere su quale sia stato il senso del nostro impegno. Nel corso del dibattito che si è sviluppato, alla dicotomia politica-politiche sono state affiancate quelle di destra-sinistra, politica-tecnica, idealismo-pragmatismo. Vorrei tornare su alcune di esse e proporne una ancora: quella fra relazioni e comunicazione. Sono molto interessanti gli spunti di Matteo Mancino su destra e sinistra. L’asse uguaglianza/disuguaglianza proposto da Bobbio è senz’altro ancora valido. Forse si potrebbe ridurre la distinzione destra-sinistra a termini ancora più essenziali ricorrendo all’asse progresso/conservazione. Bisogna però intendere questi termini nel loro significato più profondo, abbandonando il riferimento alla qualificazione corrente dei partiti come progressisti o conservatori. Progressista è chi tende al superamento dello status quo sociale ed economico nella direzione di una maggiore uguaglianza delle possibilità di realizzazione delle persone e dei gruppi. Quest’idea di sinistra può essere accostata alla definizione di democrazia come movimento perpetuo di distruzione delle oligarchie, proposta da Zagrebelsky. Se questa è la sinistra, la politica è forse l’unica vera arma di cui essa dispone. Intendo la politica democratica, la politica come partecipazione; non la politica come arte del governo (o governance). L’arte del governo può essere esercitata, al limite, anche da uno solo. Ma la politica come conduzione democratica della cosa pubblica, quale è regolata per esempio nella nostra Costituzione, non può che condurre verso il progresso. La politica serve alla sinistra. Non serve alla destra, che per conseguire i suoi fini di conservazione dispone di altre potenti leve: la proprietà, innanzitutto, e in particolare la proprietà dei mezzi di produzione, conformata in modo da riprodursi inesorabilmente… finché la politica non ne inceppi l’ingranaggio. Pier Luigi Petrillo ci ha tessuto le lodi del sistema delle lobby. Tale sistema, io credo, oltre a costituire un palese snaturamento del nostro sistema costituzionale, è la migliore garanzia di conservazione per le oligarchie al potere. In tale sistema il cittadino, come ci ha spiegato Petrillo, è libero di scegliere, basandosi sulla conoscenza dei vari appoggi lobbistici, il candidato che più rispecchia le proprie posizioni politiche. In questo modo le lobby fungono da intermediatrici degli interessi dei cittadini. Questo sistema di intermediazione, sostiene Petrillo, è lo stesso che caratterizzava il sistema dei partiti. Sennonché due elementi fondamentali differenziano i due sistemi. 1) I partiti fondavano e motivavano il proprio ruolo sulla forza dell’idea di società di cui si facevano promotori; mentre il lobbista fonda il proprio ruolo sulla proprietà, investendo i propri mezzi nella campagna del candidato, e giustifica tale ruolo con la qualità del proprio marchio. 2) Nei partiti il voto dell’operaio valeva uno e quello dell’industriale altrettanto; mentre nella lobby il voto del padrone vale tutto, e tutti gli altri possono soltanto aderire o meno. In termini politologici, si è passati (o forse ritornati) da un modello di «rappresentanza per orientamento» a un modello di «rappresentanza per rispecchiamento».[1] Il lobbista è dunque un conservatore. Nella società attuale, l’arma più forte nelle sue mani è quella della proprietà dei mezzi di comunicazione. Non è un caso che alcune fra le più potenti famiglie padronali italiane stiano negoziando un’ulteriore concentrazione dei mezzi di comunicazione… proprio alcuni mesi prima di un importante referendum costituzionale. De Benedetti e Agnelli si troveranno a controllare, insieme, un’ampia fetta dell’informazione cartacea e dell’editoria italiana. Fa da contrappunto il duopolio televisivo e radiofonico fra Berlusconi e governo (esso controlla ormai saldamente il sistema Rai). A livello globale, ritroviamo le stesse dinamiche di concentrazione nel mercato della rete: si pensi all’acquisto, da parte di Amazon, del «Washington Post»). Si obietterà che la comunicazione è una forza neutra. Certo, sia la destra che la sinistra possono ugualmente servirsi delle tecniche moderne di comunicazione per promuovere i propri interessi. Ma queste tecniche costano: costa servirsene e costa infinitamente di più controllarne stabilmente le piattaforme infrastrutturali. Se si tengono in mente le osservazioni fatte sopra riguardo alla proprietà dei mezzi di produzione, è dunque semplice comprendere quale delle due forze, destra o sinistra, sia avvantaggiata nel campo della comunicazione. A questo tipo di comunicazione, la sinistra non può che tornare a opporre la sua vecchia e unica arma, la politica; che in altri termini, più specifici, può essere definita come arte delle relazioni. Relazioni non nel senso di intese sottobanco, ma di legami, condivisioni, reti fra persone, fra gruppi. Reti che non possono intrecciarsi nel campo tradizionale della comunicazione, strutturato ancora in senso troppo verticale (ti convinco di quello che sostengo: sei libero di mettere like, di essere follower, oppure di avversarmi macchiandoti della nomea di hater). Massimo Bray ci ha rivolto un invito a ripensare il ruolo della politica e il ruolo dell’intellettuale. L’intellettuale è colui che crea legami. Nel linguaggio di Gramsci, richiamato anche da Giuseppe Laterza, l’intellettuale organico è colui che oltre a sapere e a comprendere, sente insieme al popolo.[2] Giulio Marostica, riformulando sul blog la questione del senso della nostra Scuola, ha sottolineato l’importanza del give back. Ma se ciò che conta è l’inclusione, la condivisione, perché concentrarsi sulle singole tecniche, quando queste potrebbero essere apprese da ciascuno di noi su dei manuali? Forse perché con queste tecniche possiamo costruire qualcosa. Forse il give back è proprio questo: la politica, l’impegno per la società, per gli altri e con gli altri. Ma perché ci sia questo impegno, è necessario che le tecniche e le singole politiche non siano soluzioni conchiuse in se stesse. Esse devono accompagnarsi a un’idea di società, anzi a delle idee: delle idee che noi possiamo confrontare, condividere e su cui possiamo dissentire. La politica è fatta di dialettica e di confronto, non di concorrenza, non di gara elettorale, non di meritocrazia. Non è il mercato! Guerrieri ci ha proposto una sua visione dell’assetto economico globale; Viroli del ruolo del politico nel mondo contemporaneo; Melis dello Stato e della macchina amministrativa; Carrozza della quarta rivoluzione industriale. Hanno proposto una loro visione di società, e noi ci siamo potuti confrontare con essa. Forse bisognerebbe dare più spazio ai momenti di confronto su queste idee, perché sono i momenti in cui la Scuola ci insegna a essere degli intellettuali, e non dei semplici addetti alla governance (indistintamente governance di un ministero o di una società commerciale). L’intellettuale non è solo quello che trova la soluzione tecnicamente migliore. È quello che, tramite un processo di filologia vivente, comprende e sente la cosiddetta domanda popolare, il problema collettivo. Questa potrebbe essere una qualità che ci distingue e ci rende utili, ci permette il give back. Ma ciò significa politica; non tecnica. L’idea va messa alla prova nel mondo. E l’intellettuale deve essere in grado di formularla, condividerla, modificarla, confrontarla con l’esistente, con il reale. Questo è ciò che ho tratto dalla Scuola e ciò che secondo me essa ha di migliore. [1] Enrico Guglielminetti, Che cos’è un partito politico?, in «Costituzionalismo.it», n. 3, 2015, p. 187. [2] Cfr. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Torino 1975, p. 1505.
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