12-02-2016

Quale percorso di crescita per una UE trascurata e minimizzata?

di Marco Gentili, Classe A Se guardiamo alla condizione italiana balza agli occhi come il gap tra gli euroentusiasti e gli euroscettici ha subito un incremento notevole, a vantaggio di questi ultimi. Il 40% degli italiani mostra antipatia e sfiducia verso l’Europa, mentre il 35% vorrebbe uscire dall'euro. Quali le cause di questo stagnate pessimismo imperante?
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di Marco Gentili, Classe A L’Europa rischia di implodere per sua stessa mano. Inciso forte, forse un po’ retorico, ma certamente motivato da una serie di avvenimenti che si stanno consumando in questi ultimi giorni: dalle azioni del nostro Governo, proseguendo con il vertice europeo ad Amsterdam su Schengen alla proposta del  referendum sulla permanenza del Regno Unito. Facciamo un piccolo passo indietro e arriviamo al 22 gennaio 2016 quando presso palazzo Giustiniani a Roma, il Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano ha ricevuto il “premio Spinelli” per il suo impegno europeista, in occasione del quale è intervenuto sullo stato attuale dell’Unione, da una prospettiva di unità, sovranazionalità e di orientamento federale. Singolare in questo contesto è il passaggio in cui viene sottolineato il nodo dei rapporti tra Italia ed Europa. Il nostro Paese ha avuto tanti e vari meriti nella costruzione di una coscienza comune, distinguendosi come portavoce di istanze e di avanzate soluzioni per il lento e costante processo di integrazione, soprattutto nel campo dell’elaborazione e della propaganda delle idee. Le varie iniziative europeiste che si sono delineate dopo il secondo conflitto mondiale, pur differenziandosi nelle metodologie, presentavano un obiettivo comune: la convinzione che solo il passaggio dall’anarchia dei nazionalismi contrapposti, attraverso un processo di unificazione, avrebbe garantito la sopravvivenza dell’Europa, la sua rinascita come entità autonoma e il suo sviluppo civile e democratico. Richiamando alla memoria il ruolo svolto dalla “politica dei piccoli passi” del politico e consigliere economico francese Jean Monnet, sostenitore attivo della causa dell’integrazione europea, si sottolinea l’interesse comune a comprendere i benefici della cooperazione. Le regole e le istituzioni comuni necessarie per raggiungere quella dimensione di progresso essenziale al benessere collettivo. Da non trascurare lo stretto e dialettico rapporto tra i Paesi fondatori, in primis tra Italia e Germania. Nell'ultimo incontro a Berlino Merkel-Renzi il nostro Presidente del Consiglio nella conferenza stampa ha voluto mettere in risalto come le cose che uniscono i due Paesi sono maggiori di quelle che li dividono, puntando l’attenzione sul fatto che il Bel Paese non è più un problema per l’Europa, di contro è pronto a giocare il suo ruolo attivo nella partita fondamentale per rilanciare il vecchio continente e renderlo ancora più forte. Di fronte alla sfida urgente sulla tematica dei rifugiati la linea da seguire è univoca: stabilire delle regole precise e chiare da rispettare e verificare giorno dopo giorno. Non scordiamoci che la Germania è il miglior alleato dell’Italia sulla gestione dei profughi. Riferimento questo all’urgenza impellente di un accordo con la Turchia per emarginare e ridurre le continue stragi in mare e il traffico di vite umane, passare dall’illegalità alla legalità, questa la linea tedesca. L’Italia non blocca, ma frena sui tre miliardi ad Ankara per sostenere lo sforzo della Turchia per l’accoglienza dei profughi siriani, avvallando delle spiegazioni sulla loro destinazione[1]. L’ex premier Enrico Letta nell'intervista a «La Stampa» del 03 febbraio 2016 con un passaggio incisivo sul possibile destino greco dell’Italia ribadisce come il futuro del nostro Paese è legato a quello della Germania e come il nostro isolamento sia l’elemento principale di preoccupazione: «All'Italia serve un’Europa capace di gestire sicurezza e migrazioni, perché soluzioni nazionali non esistono. Non dobbiamo assolutamente staccarci, isolarci»[2]. Alla luce di ciò poniamoci un unico interrogativo: quale Europa vogliamo? Se guardiamo alla specifica condizione italiana balza subito agli occhi come il gap tra gli euroentusiasti e gli euroscettici ha subito un incremento notevole, a vantaggio di questi ultimi. Il 40% degli italiani mostra antipatia e sfiducia verso l’Europa, mentre il 35% vorrebbe uscire dall'euro [3]. Quali le cause di questo stagnate pessimismo imperante? Molti puntano il dito sulle istituzioni di Bruxelles e sulla necessità di un loro ripensamento di fronte alle molteplici criticità quali le economie eterogenee, legate unicamente da una moneta comune, una profonda disillusione degli elettori verso la politica, una burocrazia lenta e in parte atrofizzata e non per ultimo l’incapacità di gestire i flussi migratori. Criticità queste evidenti a tutti, ma la soluzione non sta nell’alimentare una politica di anti-europeismo, tornare indietro non è certo possibile e non gioverebbe a nessuno, inutile scendere in piazza con slogan di rigurgiti di nazionalismo, ma nel cercare di completare l’Europa da un punto di vista sociale ed economico.   [1] «Dire» Politica, agenzia di stampa nazionale, 29 gennaio 2016. Available at: http://www.dire.it/29-01-2016/34284-renzi-italia-e-germania-unite-vogliamo-ununione-europea-piu-forte. Accessed 1 February 2016. [2] Fabio Martini, 03 febbraio 2016, Letta: Italia sempre più isolata in Europa, c’è il rischio di diventare una seconda Grecia, «La Stampa». Available at: http://www.lastampa.it/2016/02/03/esteri/letta-ma-se-litalia-continua-cos-rischia-un-pericoloso-isolamento-rGdgdh8yojGBiesBGYpAxO/pagina.html. Accessed 3 February 2016. [3] Alberto Alesina, 16 gennaio 2016, I compiti di Bruxelles e i nostri, «Corriere della Sera». Available at: http://www.corriere.it/editoriali/16_gennaio_22/i-compiti-bruxelles-nostri-66578e56-c0ce-11e5-a43f-521a1c10f2a7.shtml. Accessed 1 February 2016.
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