30-03-2016

Referendum: scelta tra l’ambiente e debolezza geopolitica

di Pasquale Rossi, Classe C Abruzzo (poi ritirato), Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise sono le regioni promotrici del quesito referendario sulla durata delle autorizzazioni per le esplorazioni e le trivellazioni dei giacimenti in mare già rilasciate.
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di Pasquale Rossi, Classe C Abruzzo (poi ritirato), Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise sono le regioni promotrici del quesito referendario sulla durata delle autorizzazioni per le esplorazioni e le trivellazioni dei giacimenti in mare già rilasciate. Il quesito riguarda l’abrogazione dell’articolo 6 comma 17 del Codice dell’Ambiente nella parte in cui prevede che le trivellazioni possano proseguire fino a quando il giacimento lo consente. Il comma prevede sostanzialmente che le trivellazioni per cui sono già state rilasciate delle concessioni non abbiano una scadenza. Il referendum vuole invece limitare la durata delle concessioni alla loro scadenza naturale, chiudere dunque definitivamente i procedimenti in corso ed evitare proroghe. Il referendum si limita, di fatto, a sole 21 delle 66 concessioni marittime, attive e presenti entro i 22 km dalla costa: le ormai famose 12 miglia. E per le quali a breve scadranno le concessioni. Ricordiamo che ad oggi in detta fascia è già vietato prevedere l’installazione di nuove piattaforme estrattrici. Pertanto una vittoria del “Sì” comporterebbe il divieto di estrazione anche se il giacimento dovesse manifestare ancora un serbatoio non vuoto viceversa, una vittoria del “No”, consentirebbe un rinnovo delle concessioni anche dopo la scadenza. Se da un lato le ragioni del "Sì" potrebbero sembrare giustificabili, per motivi ambientali, dall’altro, le ragioni del “No” non devono presentarsi come prive di ogni fondamento. Un approccio al problema puramente ambientalistico giustificherebbe il “Sì” con l'argomento che le indagini esplorative potrebbero continuare a danneggiare la flora e la fauna marina. La capacità di riproduzione dell'ecosistema, tuttavia, puo' assorbire detti danni, ovvero limitare, anzi annullare, le probabilità di incidente che, paradossalmente, potrebbe però verificarsi oltre le 12 miglia e i cui danni ambientali si ripercuoterebbero, comunque, entro i 22 km dalla costa marina. Questo approccio, quindi, non potrebbe erigere una barriera invalicabile lungo la linea di confine delle 12 miglia dalla costa garantendo, nel contempo, una compartimentazione stagna tra quello che avviene oltre detto confine e quello che avviene all’interno dello stesso; non garantirebbe nemmeno la risoluzione immediata dei problemi energetici. Infatti, le politiche energetiche rinnovabili sono in uno stato ancora "immaturo" rispetto a quelle che regolamentano gli idrocarburi fossili. La scelta dovrebbe nascere da un’analisi multicriterio condotta considerando i rischi accettabili derivanti dall’estrazione, nonché le ripercussioni economiche. Il processo estrattivo, di per se', non presenta elevati rischi di inquinamento a meno di quelli derivanti dai procedimenti di manutenzione delle pompe estrattrici le quali, durante la sostituzione, possono esporre il “buco di perforazione” comportando fenomeni eruttivi dovuti alla differenza di pressione tra il pozzo e l’esterno. Questo fenomeno è facilmente controllabile mediante l’impiego di fanghi che consentono di bilanciare la pressione interna al pozzo, il quale tenderebbe ad eruttare. Procedimenti simili vengono quotidianamente adottati, ad esempio, per la realizzazione di strutture di fondazione delle opere civili ordinarie (abitazioni, ospedali, scuole, ponti, paratie per porti, ecc. ecc.) senza che l’ecosistema circostante ne risenta. Di fatto, è nell’ottica dell’ingegneria civile moderna adottare soluzioni basate su probabilità non nulle di superamento di determinati standard di sicurezza tali da ammettere un eventuale livello di danno accettabile (es. vibrazioni di un ponte, oscillazioni di una torre, lesioni di una costruzione durante un sisma, piccole perdite di idrocarburi ecc. ecc.) Dal 1950 ad oggi, inoltre, gli incidenti registrati su territorio italiano sono solo 3 di cui 2 su terraferma (Cortemaggiore 1950 e Trecate 1994) ed 1 in mare (Ravenna 1965), di contro, nel Mediterraneo, dal 1978 ad oggi,  si sono registrati 3 disastri petroliferi che hanno comportato una perdita di circa 150 galloni di petrolio (Amoco Cadiz, Nord Ovest al largo della Francia (1978) 68.7 galloni, MT Haven, largo di Genova (1991) 44.4 galloni, Irene’s Serenade, Grecia (1980) 36.6 galloni. Sembrerebbe, quindi, che il livello di sicurezza delle piattaforme estrattrici, in termini di impatto ambientale sull’ecosistema, sia di gran lunga superiore a quello delle petroliere. Le scelte del “No”, infine, trovano sicuramente fondamento nelle ragioni economiche del problema. Smettere di usare gli impianti sotto costa, consentendo alle altre nazioni che si affacciano sul Mediterraneo di operare in esclusività nell’ambito dei propri limiti territoriali, significherebbe perdere gli investimenti fatti fino ad ora e quelli futuri mettendo a rischio circa 10.000 posti di lavoro, un indotto di circa 35.000 persone ed esporsi ad eventuali crisi internazionali. Avere fonti energetiche proprie, in attesa che quelle rinnovabili prendano piede, non garantirebbe l’immediato passaggio alle rinnovabili ma aprirebbe il mercato italiano agli idrocarburi provenienti da altri mari o, comunque, da altre parti del mondo con un vantaggio ambientale pressochè nullo intensificando, inoltre, le rotte petrolifere nel mediterraneo necessarie a sopperire all’assenza di dette piattaforme. Considerando che nel solo 2014 l’Italia ha importato circa 54 milioni di tonnellate di petrolio, l’abbandono delle estrazioni ci catapulterebbe in una posizione di sudditanza nei confronti di Paesi produttori di energia come la Russia. Un paese fortemente dipendente dal punto di vista energetico è un paese geopoliticamente debole.   Siamo proprio convinti di poter sopperire alla rinuncia di questa fonte di approviggionamento?
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