24-03-2016

Riflessioni di una cittadina europea

di Federica Merenda, Classe A Stamattina, quando sono uscita di casa per prendere la metro, non mi è proprio passato per la mente che quello che stava accadendo a Bruxelles stesse avendo luogo in un’altra città, in un altro Stato, al di là di frontiere che per me non sono mai esistite.
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di Federica Merenda, Classe A

Parigi, 22 Marzo 2016

Bruxelles non è mai stata cosi vicina a Parigi. Non mi è proprio passato per la testa stamattina, leggendo su «la Repubblica» le prime notizie sugli attentati, che quello che stava accadendo stesse avendo luogo in un’altra città, in un altro Stato, al di là di frontiere che per me non sono mai esistite. Non ce l’ho fatta a rispondere ai messaggi dei miei genitori allarmati e sconvolti scrivendo: «State tranquilli, qui a Parigi non sta succedendo niente, Bruxelles è da un’altra parte». Bruxelles non è da un’altra parte. Per questo quando sono entrata nella stazione della metro sotto casa per prendere come ogni mattina la solita linea che passa da République, Oberkampf, Charonne, ancora una volta ho avuto paura. E come troppe volte mi è successo dopo quel venerdi di novembre in cui se una volta uscita dalla biblioteca avessi deciso di andare a boire un verre in uno dei localini del decimo arrondissement con le mie amiche anziché tornare a casa magari sarei diventata una delle tante giovani vittime di quella sera, anche stamattina dopo un paio di fermate di metro sono scesa. Ed ho aspettato il treno successivo. In questi momenti la vista di una donna con un cappotto troppo largo che potrebbe nascondere chissà cosa sotto, lo sguardo complice di due ragazzi che da un lato all’altro della carrozza si scambiano chissà quale messaggio segreto o il treno che si blocca brevemente in un tunnel prima di proseguire il suo percorso, si trasformano in eventi insostenibili che mi fanno battere il cuore all’impazzata mentre mantenendo uno sguardo freddo e un passo costante scendo dalla vettura come se si trattasse della mia fermata, e nascondendomi torno indietro per riprendere lo stesso viaggio ma con un altro treno. Mi vergogno molto di questi episodi specialmente perché sono sempre la prima a professare convintamente che “non bisogna lasciarsi prendere dal panico” e che “la vita deve continuare”. La faccio in effetti continuare ogni giorno e ogni giorno a Parigi o a Roma esco di casa impegnandomi affinché il terrore vinca sempre di meno e io sempre di più. Non si tratta poi di una battaglia cosi importante per il mondo, ma la racconto perché è diventata importante per me, negli ultimi mesi, e sono certa di non essere l’unica a combattere la propria personale battaglia contro il terrore. Scrivevo che stamattina, quando sono uscita di casa per prendere la metro, non mi è proprio passato per la mente che quello che stava accadendo a Bruxelles stesse avendo luogo in un’altra città, in un altro Stato, al di là di frontiere che per me non sono mai esistite. Quando sono nata, nel 1993, esisteva già l’Europa e sono una cittadina europea da quando sono una cittadina italiana, da sempre. Mi è capitato spesso di rispondere «I am European» a chi mi domandava da dove venissi, in contesti internazionali, anche in questo caso senza pensarci troppo; non ho mai dovuto utilizzare il passaporto per viaggiare in Europa e sono da agosto a Parigi in Erasmus. In giornate come oggi è innegabile che noi tutti ci sentiamo ancora più europei. Forse perché qualcosa di quella solidarietà che è il cuore del sogno europeo è rimasta ancora, nonostante quelle frontiere da cui noi ventenni non siamo mai stati ostacolati si intravedano ormai all’orizzonte ed esistano già per molti uomini e donne per cui bombe e sparatorie sono elementi costitutivi della vita di ogni giorno, ormai da cinque anni se cittadini siriani, e che hanno bussato e bussano ancora alla porta dell’Europa cercando quella solidarietà che essa ha sempre voluto incarnare. Tra questi, uomini e donne che si sono sentiti rispondere che la porta in realtà non è una, ma che l’Unione Europea è un po’ come un condominio di cui fanno parte appartamenti con padroni di casa diversi: ogni tanto si organizzano le assemblee in cui i condomini si siedono attorno a un tavolo, discutono e prendono decisioni sulle questioni e gli spazi comuni (quando le liti tra quelli che si credono più furbi degli altri e battono i pugni sul tavolo non costringono ad un rassegnato rinvio dell’ordine del giorno) e dopo la riunione tutti tornano a casa propria e chiudono la porta a doppia mandata. Se è vero che il processo di unificazione europea è storicamente sempre stato rilanciato nei momenti di crisi, quale momento più propizio di questo? Di questo in cui ci siamo sentiti vulnerabili come europei, per stringerci insieme come europei e andare oltre la semplice retorica del “è stato un attacco al cuore dell’Europa, ai nostri valori” e dimostrare che gli Stati d’Europa un cuore solo ce l’hanno ancora e che a quei valori comuni l’Unione si ispira concretamente ogni giorno? Quali sono poi questi valori europei? Ci crediamo ancora e ci crediamo davvero? Orrori come quelli degli attentati di Parigi e di Bruxelles non sono solo il risultato dell’azione di individui e gruppi senza scrupoli che organizzano tali mostruosità dalle loro basi lontane, ma costituiscono operazioni che tali soggetti riescono a condurre in porto facendo leva sull’emarginazione sociale in cui tanti giovani qui, nelle periferie delle nostre grandi capitali europee, sono confinati. E per questo rendono urgente una riflessione reale, seria e condivisa proprio su quei principi di solidarietà, accoglienza e rispetto dei diritti senza i quali “Europa” non vuol dire poi molto. Per non lasciare che il dibattito pubblico venga costretto da chi strumentalizza tragedie e fomenta odii entro la logica del “noi/loro”: noi Europei/loro Immigrati, noi Cristiani/ loro Islamici, noi Civili/ loro Barbari... Quella stessa logica del “noi Italiani/ loro Greci, Tedeschi, Italiani, Francesi” che costituisce il nucleo di quelle divisioni che il sogno europeo voleva (e vuole?) superare.
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