24-03-2016

Riflessioni su Bruxelles e sulla generazione Erasmus che non c'è

di Rocco Probo, Classe B Anche semplici e brevi periodi di tirocinio in un diverso Paese membro con la possibilità di trascorrere la quotidianità a contatto e nello stesso edificio di un collega di un'altra nazionalità potrebbero far vivere le stesse emozioni che gli studenti universitari hanno finora vissuto, potrebbero innamorarsi e concepire veramente una comune rivoluzione, una comune prospettiva futura e una vera generazione Erasmus.
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di Rocco Probo, Classe B

Che l'Europa sia sotto attacco ormai ce ne siamo accorti tutti, e non solo per i tremendi attentati che tragicamente stanno scandendo gli ultimi mesi. Si sta depauperando la fiducia nelle istituzioni e nell'ideale europeo, e non sono necessari gli infiniti sondaggi condotti per testimoniarcelo.

In questa nube di incertezza sono molti gli analisti che individuano nella “generazione Erasmus”, quella salvatrice della patria che tutti sembrano aspettare o quell'ancora di salvezza da potere utilizzare.

D'altronde come negare la positività di quel programma eccezionale, che ha contribuito effettivamente a creare un sentimento europeo, grazie innanzitutto allo scambio di emozioni. Abbiamo conosciuto altri ragazzi, ce ne siamo innamorati e abbiamo anche pianto per la prematura scomparsa di alcuni di loro. Abbiamo partecipato a quella che Umberto Eco ha definito una rivoluzione sessuale.

Tuttavia il concetto sociologico di generazione probabilmente non rappresenta al meglio il fenomeno Erasmus. Se anche considerassimo tutti i potenziali beneficiari del progetto, anche in via indiretta, quindi tutti i ragazzi iscritti all'università, ci scopriremmo una minoranza rispetto alla popolazione dei nostri coetanei. In Italia, per esempio, i ragazzi con età compresa tra i 20 e i 24 anni che nel 2014 erano iscritti ad un ciclo universitario erano il 32% (fonte Eurostat) [1]. Ad aggravare il dato, oltre alla riduzione del numero di immatricolazioni, sono le considerazioni sulla scarsa mobilità sociale presente in Italia, che porta a caratterizzare gli studenti universitari come figli di genitori tendenzialmente più facoltosi e più istruiti rispetto alla media della popolazione.

In questo contesto, più che di generazione Erasmus, si dovrebbe parlare di classe sociale Erasmus, concetto quindi più elitario ed escludente, in antitesi con l'ideale di integrazione europeo.

Come si può in fondo considerare membro di una generazione Erasmus un ragazzo disoccupato e che ha smesso di studiare del Sud Italia o delle periferie di Parigi e Bruxelles?

Se il periodo Erasmus ormai è considerato come un valore aggiunto nella carriera di chi ha avuto la possibilità di trascorrerlo, non può essere anche vero che ha relegato ancora più in basso chi non ha avuto la possibilità di svolgerlo, urtando non solo le future competenze lavorative, ma anche il profondo delle emozioni, se assumiamo come vera la rivoluzione sessuale di cui parlava Eco?

Per questo spero in un programma Erasmus per i giovani disoccupati per combattere le forze ostili al concetto di Europa, incluso il terrorismo internazionale. Anche semplici e brevi periodi di tirocinio in un diverso Paese membro con la possibilità di trascorrere la quotidianità a contatto e nello stesso edificio di un collega di un'altra nazionalità potrebbero far vivere le stesse emozioni che gli studenti universitari hanno finora vissuto, potrebbero innamorarsi e concepire veramente una comune rivoluzione, una comune prospettiva futura e una vera generazione Erasmus.

[1] La percentuale non si discosta tanto da quella degli altri Stati dell'Unione Europea.

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