31-03-2016

Socialdemocrazia ed Europa: abbraccio mortale o comune risurrezione

di Lorenzo Catalano, Classe B La Socialdemocrazia europea in generale sta attraversando una profonda crisi valoriale, che non le permette di riproporsi come forza capace di affrontare le sfide epocali che questo tempo ci sta ponendo a livello globale. Idem si dica per l’Europa, in piena crisi d’identità che non le permette di prendere delle decisioni efficaci per risolvere problemi che necessitano risposte continentali.
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di Lorenzo Catalano, Classe B Guardando a questi due grandi temi e al loro stato attuale, non è difficile tracciare un chiaro parallelismo. La Socialdemocrazia europea in generale sta attraversando una profonda crisi valoriale, che non le permette di riproporsi come forza capace di affrontare le sfide epocali che questo tempo ci sta ponendo a livello globale. Idem si dica per l’Europa, in piena crisi d’identità che non le permette di prendere delle decisioni efficaci per risolvere problemi che necessitano risposte continentali. Ma si può andare ben oltre questo fin troppo facile parallelismo. Ci si può spingere a dire che questa Europa ha vitale bisogno di una rinnovata Socialdemocrazia, così come quest’ultima non può immaginarsi senza la prima. Negli ultimi decenni infatti, davanti alle difficoltà incontrate nel darsi un’identità, il significato stesso della Socialdemocrazia è stato sostituito con il disegno europeo. Appare chiaro quindi come un fallimento del progetto europeo significherebbe sferrare un colpo probabilmente mortale alla Sinistra stessa. Dall’altro lato, anche l’Europa ha lo stesso essenziale bisogno di una solida forza progressista a livello europeo. I conservatori si sono infatti già dimostrati incapaci di proporre delle misure di successo. Dal punto di vista economico, è ormai evidente come il mantra dell’austerità imposto dai paesi del nord, capitanati dai falchi tedeschi, non solo non sia stato capace di rispondere  alla dilagante crisi (finanziaria prima e sociale poi) ma addirittura come sia stato un fattore che ha contribuito a renderla più profonda e duratura. Ma anche su altri temi caldi, quale quello delle migrazioni, la destra prova a celare la sua incapacità di trovare soluzioni reali, ricorrendo a pericolosi atteggiamenti nazionalistici che rendono ancora più difficile la gestione dei flussi. È evidente quindi la necessità di agire su entrambi i fronti. Ulteriori tentennamenti potrebbero risultare fatali. È altrettanto chiaro però, come non possa essere l’Europa in sé, come insieme di Stati Membri, a muovere i primi passi, deve essere la Socialdemocrazia a farlo. Un successo di quest’ultima rappresenterebbe inoltre una degna risposta alla sfida posta dai populismi. Una condizione è necessaria: la Sinistra deve ammettere la sua profonda crisi identitaria, ideale, e deve smettere di rincorrere i populismi, ormai ampiamente diffusi in tutti gli stati europei, di cui è schiava. Come prima cosa, deve  riuscire a costruire una narrazione del momento che il nostro continente sta attraversando e, solo successivamente, avere il coraggio di pensare e proporre una visione, di lungo periodo, nella consapevolezza che i populismi continueranno, in un primo momento, a (r)esistere. L’unico modo per combatterli e per provare a risollevare se stessa e il disegno europeo, è elevarsi, assumendo una prospettiva diametralmente opposta a quella dei nazionalismi, rivolta al breve periodo e alla pancia degli elettori (non cittadini). La Socialdemocrazia non deve avere paura degli ideali, troppo spesso percepiti come lontani dal popolo. Anzi, è proprio da lì che bisogna iniziare. Ripartire dalla sua stessa definizione, i socialdemocratici non possono più accontentarsi di definirsi europeisti. È di primaria importanza individuare una combinazione che metta insieme dei valori imprescindibili, assoluti per definizione, senza possibilità di ritrattarli per assecondare convenienze particolaristiche o congiunturali. Partendo da questa combinazione valoriale, allora si potrà iniziare ad immaginare l’Europa che vogliamo, la società che vogliamo costruire. E ogni scelta, ogni politica implementata, dovrà rimandare al valore di riferimento della combinazione. Ma non si dovrà trattare di un semplice riferimento, le politiche dovranno rappresentare una declinazione di quei valori, non dovranno semplicemente essere delle soluzioni, quasi forzate, ai problemi congiunturali. Le politiche dovranno essere molto di più. Le politiche migratorie, ad esempio, non dovranno semplicemente riuscire ad arginare i flussi che spingono sulle frontiere esterne della nostra unione, ma dovranno rappresentare una manifestazione della solidarietà. Oppure ancora, le politiche del lavoro non dovranno essere presentate solo come funzionali alla riduzione del tasso di disoccupazione, ma come declinazione del valore, altissimo, di dignità dell’individuo. Solo così riusciremo a portare avanti il processo d’integrazione europea. Quello che dovrà preoccupare i leader socialdemocratici non sarà l’entità della cessione di sovranità, ma l’effettiva declinazione di quei valori. Per essere efficace, e apprezzata dai cittadini, questa realizzazione deve essere integrale, mai parziale o disgiunta; ad esempio, non è pensabile sostenere una piena solidarietà senza il rispetto della dignità di tutti gli individui. La via non è facile, ma è l’unica che la Socialdemocrazia e l’Europa possono seguire per rinascere e risollevarsi da questo torpore ideologico e intellettuale che altrimenti potrebbe culminare in un totale e definitivo disfacimento. Il popolo europeo è, a mio parere, pronto a intraprenderla. Ora tocca alla politica guardare alla luna, non più al dito, per iniziare a fare la storia.
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