22-02-2016

Surrogati di amore?

di Mariachiara Boldrini, Classe B Presa da una visione rivoluzionaria e da un grande desiderio di aggiungere diritti, la mia generazione, forse, non si è chiesta a fondo quale sia il significato più vero del termine “Umanità” e il vero dono dell'amore genitoriale.
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di Mariachiara Boldrini, Classe B Quando il ddl Cirinnà – che prende il nome dalla senatrice PD – passerà, sarà un fatto storico: i nostri nipoti lo troveranno scritto sui libri di scuola come noi oggi troviamo le battaglie per il divorzio. Ecco che forse questo clima da "piccolo voto per Giovanardi, grande passo per l'Italia" è giustificato da una reale svolta nei diritti di una buona parte di italiani che saranno finalmente uguali. E se ci aggiungiamo libertà e fratellanza alla fine possiamo sentirci un po' tutti dei piccoli Marat. Da lì a trasformarsi in Robespierre, però, il passo è breve e la polemica politica, in un’epoca di sensazionalismo televisivo e di una dialettica parlamentare spesso “tragicomica”, rischia di diventare estenuante. Da una parte quelli che "se si dice che siamo a sfavore ci date degli omofobi, è questa la vostra libertà?", dall'altra quelli del "che paese di bigotti, medievali, trogloditi, ignoranti", fino a giungere alla più classica “fascisti!”. Ciò che scandalizza, seppur con poca sorpresa, è proprio la cultura mediatica e la superficialità con cui viene trattato il tema. Forse tutto questo rientra nell'ormai affermata crisi dell’informazione italiana. Forse non è altro che il riflesso della nostra mentalità, divisa tra il voltafaccia e un logorroico attaccamento alla tradizione. Vorrei, comunque, entrare nel merito. Tra un canguro un passo indietro e un rinvio, mentre in Senato ci si dimostra incapaci di dire due parole in inglese, di argomentare senza citare la Bibbia o senza offendere, anche in maniera sessista, il dibattito sul ddl si conclude in un generale rimescolio di più temi diversi. Non si dice, o si dice con troppa superficialità (perché arrivi a casa), tra le urla e la maleducazione degli ospiti di un talk o le urla e la maleducazione dei parlamentari del Senato della Repubblica, che una cosa è l'unione civile altra cosa è la stepchild adoption. Uscendo dal carattere strettamente giuridico della discussione, in natura, che ci piaccia o no, due individui dello stesso sesso non possono procreare. L’adozione del figliastro tende a tutelare quei bambini nati o da una precedente relazione etero di uno dei genitori, o grazie a fecondazione artificiale e, per una coppia di sesso maschile, necessariamente con la cosiddetta “gestazione per altri”. Nasce qui un ulteriore tema: secondo un articolo de «La Stampa», in Italia, ogni anno, grazie all’utero in affitto nascerebbero circa 100 bambini. Una cifra esorbitante se si considera che nel Bel Paese, ufficialmente, questa pratica è considerata illegale. La legge 40 del 2004 la vieterebbe espressamente, ma le sanzioni previste sono blande e sempre più coppie (di cui il 60% etero, secondo il ministero della Salute) si servirebbero di ventri canadesi, indiani, americani, russi o ucraini. La differenza tra un utero americano e uno nell’Est Europa è ovvia: in Nord America costa 100/140mila euro, a Kiev dai 30 ai 70mila, in India soli 25mila. Come ha spiegato l’avvocato Franco Antonio Zenna a «La Stampa», in Ucraina, dove ha sede il Biotexcom, il più grande centro europeo per la GPA, “nascono 3 o 4 bambini italiani ogni mese”. I rischi giuridici, però, nell’Est Europa sono maggiori, perché i bambini alla nascita sono sprovvisti di cittadinanza fino all’acquisizione di quella italiana ed è necessaria un’autorizzazione del Consolato per uscire dal territorio in cui sono nati. “Da qui può partire la segnalazione che si tratti di maternità surrogata – ha spiegato l’avvocato Susanna Lollini intervistata da «Linkiesta» –; per quanto riguarda le coppie omosessuali lo fanno negli USA o in Canada. In Ucraina i richiedenti devono essere sposati, con un documento che certifichi la sterilità della madre mentre in Russia è possibile farlo anche per le donne single.” Senza lasciarsi intimidire da una visione politically correct che vede come riprovevole la decisione di "comprare un figlio" – anche le adozioni “normali” avvengono sotto compenso e sono tutt’altro che riprovevoli –; mi chiedo se davvero, dietro l'applicazione della stepchild adoption, come affermano i suoi sostenitori, non vi sia l'utilizzo della pratica dell'affitto dell'utero. Si stima che il giro d’affari, a livello internazionale, sia compreso tra i 3 e i 6 miliardi di euro l’anno.  In un paese come l’Italia, in testa in Europa per l’alto numero di adozioni, con un picco del 2010 di 4.130 bambini adottati a livello internazionale, dovremmo cogliere il collegamento tra la crescita della pratica della maternità surrogata e il calo di adozioni: troppa burocrazia, richieste rifiutate, più di sessanta enti autorizzati e le adozioni possono arrivare a costare anche 40mila euro e durare anni. Personalmente penso vi sia una grande differenza tra l'adozione di un figlio in senso stretto e quella del figlio del partner concepito con l'aiuto di una madre surrogata: nel primo caso si tratta per la coppia di un atto d’amore incommensurabile verso un individuo che esiste e che avvalora la frase secondo cui "un figlio è di chi lo ama". Nel secondo si “crea” un individuo con gli occhi del proprio compagno ma i capelli di un altro che lo ha partorito, ma giuridicamente non può dirsene madre. Vorrei che la discussione sul diritto ad avere figli per i gay fosse il punto di partenza per parlare di quel gesto bellissimo che è l'adozione. Se oggi si discutesse di adozione anche per le coppie omosessuali entrerei volentieri e ferventemente nel dibattito. Smettiamola però di dire che la stepchild adoption non è l'utero in affitto perchè in molti casi, se non è limitata al passato, è proprio questo. Presa da una visione rivoluzionaria e da un grande desiderio di aggiungere diritti, la mia generazione, forse, non si è chiesta a fondo quale sia il significato più vero del termine “Umanità” e il vero dono dell'amore genitoriale.

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