10-04-2016

Una Scuola di Politiche per....incontrarsi!

di Giulio Tiberio Marostica, Classe B Sono molto grato a Pietro Violante perché, con la sua Noterelle su politica e politiche, ha aperto un dibattito in seno a questo blog tra gli studenti della SdP, partendo da una riflessione sulla natura “tecnica” della Scuola, in quanto priva di un “ancoraggio valoriale e politico”.
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di Giulio Tiberio Marostica, Classe B

Sono molto grato a Pietro Violante perché, con la sua Noterelle su politica e politiche, ha aperto un dibattito in seno a questo blog tra gli studenti della SdP, partendo da una riflessione sulla natura “tecnica” della Scuola, in quanto priva di un “ancoraggio valoriale e politico”. Matteo Mancino gli ha risposto qui, sottolineando come la SdP sia da intendersi come un “momento formativo di acquisizione/consolidamento di strumenti, piuttosto che di filosofia politica”, senza “preclusioni valoriali” applicate ai partecipanti. Concordo con Matteo su questo punto, come ha concordato anche Pietro, che ci ha però invitati, nelle nostre attività della SdP, a non dare per scontate le “implicazioni valoriali di ciascuna policy”, ovvero a riconoscere e riflettere sempre sulle idee che stanno alla base di ogni scelta politica, per quanto tecnica questa possa sembrare.

 

Questa mia riflessione si inserisce nel dibattito risalendo al primo intervento di Pietro che, cercando di rispondere al perché la SdP sia stata concepita come Scuola di PolitichE, piuttosto che di politicA, sottintende a mio parere anche la ricerca di un'identificazione chiara della SdP. In altre parole, l'approccio metodologico di Pietro sulla natura della SdP prescinde un'inchiesta sulla sua stessa esistenza: prima di chiederci perché la SdP sia stata concepita come scuola di politichE, non dovremmo chiederci perché questa Scuola è stata creata? Ovvero, qual è la ragione principale che ha spinto il suo fondatore a voler creare questa Scuola? Qual è l'obiettivo di riunire 100 ragazzi e ragazze da ogni parte d'Italia (e non solo) per impartirgli una volta al mese delle lezioni sui più svariati argomenti e sulle politiche applicabili a questi? Solo con una chiara definizione dell'obiettivo principale della SdP potremmo avere una maggiore comprensione del perchè questa sia stata concepita come scuola di politichE.

Personalmente, mi sono posto queste domande dal primo momento in cui sono venuto a sapere di quest'iniziativa, e parlando con i miei colleghi mi sono accorto di non essere stato il solo. Pertanto, vorrei provare a lanciare uno spunto su questo tema, proponendo la mia personale opinione; e sperando di conoscere le opinioni anche del resto dei miei compagni e delle mie compagne.

 

Nel sito della Scuola, alla voce “il progetto”, non sono spiegati gli obiettivi della Sdp, ma i valori che ne stanno alla base: impegno e approfondimento, apertura e spirito di squadra. Per trovare delle informazioni relative alla mission della Scuola, e quindi alle motivazioni che hanno portato alla sua creazione, bisogna risalire alla lectio inaugurale di Enrico Letta: “siamo insieme per un obiettivo: vogliamo ridare qualcosa di quello che abbiamo ricevuto”. Il give back, insomma, ovvero l'idea che alcuni (i docenti) trasmettano ad altri (noi studenti) le proprie esperienze e conoscenze, sembra essere fondante nel progetto della SdP. Questo tuttavia non può rimanere fine a se stesso; per sua natura, infatti, implica che ci debba essere un secondo fine, un obiettivo per cui le esperienze trasmesse possano risultare formative, propedeutiche, utili. Pertanto, qual è la ragione per cui queste esperienze e conoscenze vengono trasmesse ai membri della Scuola? A che pro? In cosa dovrebbero essere utili ai partecipanti della Sdp?

 

A questo proposito, all'inizio del progetto della SdP, un articolo di «La Repubblica» ha per esempio etichettato l'iniziativa come finalizzata a creare “i leader del futuro”; mentre Maurizio Viroli, tra i docenti della SdP, sul «Fatto Quotidiano» ha evidenziato come «il fine di una scuola di politica – a differenza di una di partito – dev’essere quello di formare persone che hanno una sola lealtà, quella verso la patria e hanno le competenze necessarie per servirla bene».

Creare leaders del futuro, dunque, e che servano bene la patria, sarebbero gli obiettivi per cui noi studenti e studentesse della SdP, principalmente tramite un processo di give back, veniamo formati e istruiti? Non voglio entrare nel merito di queste ragioni – che a mio parere sono più lo specchio di buoni propositi ed altruismo da parte dei partecipanti, che di una strana forma di ambizione – ma sarei curioso di sapere l'opinione dei miei compagni e compagne al riguardo. Indubbiamente, l'idea di concepire la SdP come una scuola di politichE, dove quindi viene valutato ed insegnato l'aspetto tecnico delle policies, si pone in linea con il fine di formare giovani leve che possano un domani “servire la patria”, indipendentemente dalla loro appartenenza partitica o ideologica. In questo, dunque, la riflessione iniziale di Pietro Violante sembra essere pienamente pertinente.

Al tempo stesso, però, non si può non notare come le caratteristiche e potenzialità attuali della SdP non siano sufficienti a farla ambire a un ruolo di formazione della futura classe dirigente. Come può una scuola di 100 iscritti, della durata di un anno e basata prevalentemente su 12 appuntamenti a scadenza mensile, ambire a creare i “leaders del futuro”, la classe dirigente di un paese come l'Italia, o addirittura dell'Europa, visto il chiaro respiro europeista che si è voluto dare alla SdP fin dall'inizio? Non escludo che un domani la SdP possa crescere al punto da poter coprire un ruolo del genere, ma attualmente non si può realisticamente pensare che sia questo il suo obiettivo principale.

Ebbene, forse la Scuola di Politiche non ha un obiettivo chiaro da perseguire. Giuseppe Laterza, in una lezione tenuta alla SdP, ha raccontato un aneddoto a mio parere illuminante sotto questo punto di vista. Parlando di un suo incontro con Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, ha raccontato di avergli chiesto per quale motivo Terra Madre (una delle iniziative di Slow Food) avesse invitato a Torino 5000 agricoltori da tutto il mondo. Pare che a questa domanda Petrini abbia risposto: “perchè si possano incontrare”. In sostanza, riportando le stesse parole che Laterza ha pronunciato in classe: «Non c'è bisogno di avere sempre una finalità...basta creare un'occasione di scambio tra le persone».

Dunque, quale che sia il fine della Scuola di Politiche, sempre che ce ne sia uno chiaro nella mente dei suoi fondatori, bisogna riconoscere come la sua creazione abbia dato un'enorme opportunità di crescita e formazione a 100 tra ragazzi e ragazze dai 19 ai 25 anni, permettendogli di incontrarsi, conoscersi, aggregarsi, discutere e confrontarsi su temi che con ogni probabilità non avrebbero modo di affrontare altrove o in altre circostanze.

La Scuola di Politiche è un'iniziativa unica nel suo genere, che aggrega e forma dei giovani sull'aspetto tecnico e l'importanza di fare politica, senza discriminazioni o indirizzi di valore. Se l'incontro tra questi giovani, contribuendo alla creazione di un network di persone preparate, motivate e che hanno condiviso un'esperienza formativa assieme, produrrà effetti positivi per il futuro del nostro paese, sarà solo tanto di guadagnato. Per ora, ciò che è certo è che la Scuola di Politiche sia stata una straordinaria possibilità per 100 giovani, ed una valida esperienza per loro ed i docenti della Scuola. La sfida, ora, sarà quella di dare continuità a questo progetto.

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