18-01-2016

Verso una guantamizzazione delle società europee

di Alberto Fabris, Classe A Nel corso di questo breve intervento mi propongo di svolgere alcune considerazioni in merito allo statuto giuridico e politico che stanno recentemente assumendo figure come quella di ‘nemico pubblico’ e più propriamente di ‘combattente nemico’ o ‘combattente illegale’ (sempre più assimilati al ‘terrorista’), soprattutto in seguito all’imposizione di apparati normativi d’eccezione come l’Usa Patriot Act o l’État d’urgence.
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di Alberto Fabris, Classe A   Il 5 dicembre del 63 a.C. il Senato romano è riunito. La questione di cui si dibatte è quale pena sia opportuno riservare ai Catilinari, autori di uno tra i più pericolosi tentativi di eversione dell’ordine costituito della storia della Repubblica. Se Cesare opterebbe per una soluzione più mite, Catone e Cicerone si schierano senza riserve per la pena capitale. Tuttavia c’è un problema: Catilina ed i suoi sono cittadini romani e la lex Sempronia concede loro la provocatio ad populum, il diritto di appellarsi al popolo in caso di condanna a morte. Nonostante ciò, agli occhi di Cicerone, la situazione particolarmente emergenziale impone rimedi repentini ed atti a tutelare l’ordine sociale. Nel corso della quarta Catilinaria, il console romano, muovendosi su un terreno particolarmente scivoloso, argomenterà a più riprese: «la legge Sempronia è stata promulgata a riguardo dei cittadini romani e chi è nemico dello Stato perde completamente i diritti civili[1]». Con un abile escamotage metagiuridico, Cicerone sosterrà che agire contro lo Stato equivale a situarsi fuori dallo Stato, perdendo di conseguenza tutti i diritti e le garanzie riservati ai membri della res publica. La storia ci insegna come andò a finire: la linea dura prevalse e – di fatto privati della cittadinanza romana – i congiurati furono strangolati nottetempo nel carcere mamertino.   Il celebre fatto che tanto impressionò gli storici latini ed i loro epigoni ci invita a delle riflessioni di scottante attualità. Nel corso di questo breve intervento mi propongo di svolgere alcune considerazioni in merito allo statuto giuridico e politico che stanno recentemente assumendo figure come quella di ‘nemico pubblico’ e più propriamente di ‘combattente nemico’ o ‘combattente illegale’[2] (sempre più assimilati al ‘terrorista’), soprattutto in seguito all'imposizione di apparati normativi d’eccezione come l’Usa Patriot Act[3] o l’État d’urgence. Ciò permetterà di constatare 1) la paradossalità di istanze che, pretendendo di normare lo stato d’eccezione (per sua stessa essenza metagiuridico), mirano piuttosto a creare ampie zone di vuoto nella giurisprudenza, in modo da sciogliere l’esercizio effettivo del potere (pertanto esecutivo) da ogni vincolo normativo. 2) La convergenza tra le pratiche veicolate dall'applicazione dello stato d’eccezione-urgenza e quelli che, nel suo ultimo lavoro[4], Saskia Sassen ha definito dispositivi d’espulsione.   Il terrore come arma politica non è certo una novità[5]. A titolo d’esempio è sufficiente citare uno stralcio del discorso tenuto da Maximilien de Robespierre il 5 febbraio 1794 davanti alla Convenzione riunita.   Se ciò che anima il governo popolare in tempo di pace è la virtù, ciò che anima il governo popolare nella rivoluzione sono, al contempo, la virtù ed il terrore: la virtù, senza cui il terrore è funesto; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia repentina, severa, inflessibile; esso è pertanto un’emanazione della virtù. Più che un principio particolare, il terrore è una conseguenza del principio della democrazia applicato ai più urgenti bisogni della patria[6]. (trad. mia)   Il fatto rilevante è che il deputato di Arras non esitava a riconoscere nel terrore «una conseguenza del principio della democrazia». Di fronte ad una democrazia assediata da tanti nemici interni ed esterni, il terrore – per quanto duro e sanguinoso –  diventava la sola pratica di governo possibile. Se taluni ne biasimavano l’impiego come pratica tirannica, Robespierre ribaltava i termini della questione sostenendo che «le gouvernement de la révolution est le despotisme de la liberté contre la tyrannie[7]». Per schiacciare un dispotismo che tiranneggiava la libertà, era insomma necessario esercitare un’altra forma di dispotismo, questa volta in nome della democrazia e del bene comune. Sebbene i mezzi impiegati potessero infine convergere, quello che legittimava il terrore giacobino piuttosto che quello reazionario era la sua giustizia, razionalità od aderenza alla legge naturale («la nature impose à tout être physique et moral la loi de pouvoir à sa conservation[8]»): tutti principi metagiuridici se non trascendenti. La creazione e la conservazione del nuovo stato repubblicano faceva quindi tutt'uno con l’abbattimento del vecchio ordine: cittadino e suddito, monarca e popolo sovrano erano principi talmente antitetici da far sì che gli uni dovessero morire perché gli altri potessero sopravvivere. Quel che più conta però, ai fini del nostro discorso, è che il terrore si dimostra qui una vera e propria pratica di governo. Esso è l’emanazione diretta del principio di democrazia e diviene quella forma di governo atta a rispondere «ai più urgenti bisogni della patria». Il terrore – nella logica di Robespierre – è insomma il governo dello stato d’urgenza. Ad esso non spetta soltanto il compito di proteggere lo Stato, ma anche quello di performarne il corpo purgandolo dagli elementi patogeni che lo infestano come una malapianta. Il terrore sanziona il discrimen tra dentro e fuori, amici e nemici. «Grazia per i realisti?» si chiede beffardo l’Incorruptible poche linee oltre; la risposta non può che essere una sola: «La protezione sociale è dovuta unicamente ai cittadini pacifici e gli unici cittadini della repubblica sono i repubblicani. I realisti, i cospiratori non sono per essa che degli stranieri, o piuttosto dei nemici[9]». Chi è un cittadino? Chi un pubblico nemico? Questo lo determina una logica ‘superiore’ che trova nel terrore il suo modo di governo, il suo principio operativo. Ad esso, in virtù di questa logica superiore, spetta l’uso legittimo della violenza…ma esso crea a sua volta una propria legittimità.   Il ricorso allo stato d’urgenza, motivato dall'eccezionalità della situazione, rimette sempre in causa la sottile linea di confine tra dentro e fuori, cittadini e nemici. Si tratta però di una condizione estremamente fluida che, in nome di un bene superiore come la sicurezza nazionale, si arroga determinate prerogative e la sospensione di istanze di garanzia (anche le più elementari), funzionali alla libertà degli individui. Tutto questo sembra colpire sempre meno l’opinione pubblica, che in pochi anni ha assistito ad una costante limitazione delle proprie libertà attraverso pratiche che, in taluni casi, si rivelano patenti violazioni dei diritti dell’uomo. Attraverso atti formalmente permessi grazie al Patriot Act, per esempio, gli Stati Uniti non solo hanno preteso informazioni riservate sul conto di migliaia di individui considerati sospetti senza alcuna evidenza probatoria, ma hanno perpetrato arresti indiscriminati in zone di guerra che hanno portato alla detenzione abusiva e senza limiti di tempo dichiarati di soggetti anche minorenni in prigioni ufficiali o segrete sullo stampo di Guantanamo. Quello che normalmente sarebbe condannato come crimine contro i diritti dell’uomo è invece autorizzato in nome della national security. Ciò che pone problema è tuttavia il fatto che lo stato d’eccezione si costituisce su di un ambito estremamente indeterminato e, piuttosto che normare, esso trae forza da ampie zone di vuoto che vengono lasciate nella giurisprudenza[10]. A tal riguardo basta pensare che l’état d’urgence decretato dal Presidente della Repubblica francese il 14 novembre 2015 a seguito degli attentati di Parigi dispone misure estremamente coercitive verso «ogni persona nei confronti della quale esistano serie ragioni per pensare che il suo comportamento costituisca una minaccia per l’ordine pubblico». Come ha già avuto modo di notare Giorgio Agamben: «È più che evidente che la formula “serie ragioni per pensare” non ha alcun senso giuridico e, visto che rinvia all'arbitrio di colui che “pensa”, può essere applicata in qualsiasi momento a qualsiasi persona[11]». Istituito col motivo formale della tutela della sicurezza pubblica minacciata del terrorismo jihadista, tale misura eccezionale è stata impiegata anche nel corso delle manifestazioni avvenute a Parigi durante la COP21. Mi permetto di far notare en passant che, se la minaccia di natura terroristica è un movente sempre più ricorrente nelle disposizioni securitarie dei nostri Stati, ad oggi non esiste una definizione unanimemente riconosciuta di terrorismo[12]. Ciò che i singoli Paesi considerano come tale può dunque comprendere una polarità non indifferente di atti svoltisi dentro e fuori i confini nazionali. Se il 13 novembre, come taluni hanno sostenuto, dev'essere considerato l’11 settembre europeo, può essere utile considerare le parole che il Capo di Stato francese ha pronunciato pochi giorni dopo i tragici fatti.   Il 16 novembre 2015, dinnanzi al Parlamento riunito in Congresso a Versailles, il Presidente François Hollande esordiva: «La France est en guerre. Les actes commis vendredi soir à Paris et près du Stade de France, sont des actes de guerre[13]». Al di là della valenza fortemente simbolica delle parole di Hollande, necessitato a fornire pronte risposte ad un’opinione pubblica scossa dal massacro di pochi giorni prima, parlare di guerra pone non pochi problemi. Il tutto sembra ulteriormente complicato dal fatto che il nemico che avrebbe dichiarato guerra alla Francia sarebbe l’organizzazione terroristica Dāʿish. Se fino a pochi giorni prima politici di spicco come il primo ministro Valls e lo stesso Hollande erano concordi nel contestare qualsiasi pretesa statuale del sedicente Stato Islamico, nel discorso al Congresso il Presidente difendeva l’urgenza di una guerra in Siria, dove «gli atti di guerra [ovvero gli attentati del 13 ndt] sono stati decisi, pianificati e preparati». Al di là dei molti dubbi sulla pertinenza di tali affermazioni[14], resta tutta la problematicità della definizione e sopratutto della conduzione di una guerra al terrorismo, specie se rappresentato da un’organizzazione dalla doppia natura come Dāʿish. I dubbi diventano ancor più significativi se si pensa alla volontà del Capo dello Stato di estendere la durata dell’état d’urgence – comprensibile per i giorni immediatamente successivi ai tragici eventi – fino a fine febbraio e, perfino, d’inserirlo in costituzione invitando i deputati a ridurre al minimo l’iter parlamentare. Il preteso scopo di proteggere il popolo francese da un nemico interno (gli attentatori erano francesi) ed esterno (la minaccia siriana), un nemico che minaccerebbe il suo stile di vita e le sue libertà pone molti interrogativi. Soprattutto in relazione al secondo aspetto della nostra analisi. È infatti assodato che l’atteggiamento e le parole di Hollande mirino a rinsaldare l’union sacrée tra il popolo francese ed un esecutivo che, con la proclamazione dello stato d’emergenza, si arroga poteri sempre più ampi in deroga agli istituti di garanzia del tempo normale. Un’unione che, oggi come ieri, sembra contrapporre la nazione ai nemici che la minacciano. Solo che oggi, come ha evidenziato l’autore di homo sacer, fare guerra al terrore significa amministrare la paura ed utilizzarla come dispositivo di governo, ancor più in un mondo in cui i confini tra terrorista e semplice cittadino sono davvero sfumati. La guerra oggi, sembra aver superato la distinzione civile-militare. Ognuno è un potenziale terrorista ed è per tale ragione che il dispositivo securitario deve poter valutare gli elementi minimi della società onde poter separare il grano dalla zizzania. Lo Stato deve oggi discernere i componenti patogeni e sradicarli, espellerli dal tronco della comunità. In tal direzione sembrano andare le proposte di richiudere tutti gli elementi catalogati come dossier S (potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato) o di privare del diritto di cittadinanza coloro che si macchiano di crimini terroristici; anche se prive di effetti pratici, esse mirano ad ampliare il solco tra dentro e fuori, dimostrando che è proprio all'interno il nemico che si deve più temere. L’Europa ed i suoi cittadini sono sempre più una comunità da difendere. Arrestare, delimitare, circoscrivere. Innalzare muri e barriere contro coloro che corrompono le nostre civiltà, le imbastardiscono e ne contaminano i valori. «Noi siamo un paese giudeo-cristiano di razza bianca» ha recentemente chiosato la deputata Nadine Morano mostrando come la chiusura securitaria possa molte volte legarsi a rivendicazioni nazional-identitarie, e razziali. È una china molto pericolosa. Il rischio di una Guantamizzazione[15] delle nostre società sembra essere tutt'altro che peregrino, soprattutto se si considerano le ricadute europee di quanto sta avvenendo in Francia. A rendere esplicito il coinvolgimento dell’Unione, in seguito agli attentati, ci aveva già pensato il Presidente francese facendo riferimento, nel discorso del 16 novembre, all'articolo 42-7 del trattato sull'Unione Europea[16]. Il ricorso a questa disposizione sarebbe un caso inedito nella storia dell’Unione, cosa che ha spinto molti costituzionalisti ad interrogarsi sui margini operativi dell’articolo[17]. La guerra dichiarata contro la Francia diventerebbe così una guerra contro l’Europa ed i suoi valori. Ci limitiamo qui a prendere atto dell’estrema “fluidità giuridica” dei concetti impiegati, in virtù dei quali Hollande ha chiamato tutti i Paesi membri ad un coinvolgimento militare in Siria. Tanto più che il tragico evento sembra suffragare, da parte del governo d’oltralpe, due atteggiamenti contrastanti: se da un lato si fa esplicito richiamo all'unità dell’Europa tutta a fianco di un Paese colpito, dall'altro si invoca la possibilità di superare i vincoli di bilancio proprio in nome della sicurezza che, peraltro, comporterebbe l’esigenza di una maggiore sovranità nazionale. Il terrorismo sembra così mettere in crisi il progetto politico ed unitario effettivo, in favore di un fumoso richiamo identitario e valoriale. Nell'immaginario di molti uomini politici, che si sono prodigati in “je suis Paris” e coccarde tricolori, Daesh ha condotto un attacco ai valori specifici del mondo occidentale e dell’Europa come realizzazione delle istanze democratiche. In questo senso la guerra alla Francia sarebbe una guerra europea. Nelle risposte concrete però, costoro non esitano a sostenere la logica delle frontiere e di uno spinto nazionalismo. Difendersi dal terrorismo significa piuttosto promuovere un’Unione Europea capace di rimuovere concretamente le diseguaglianze sociali ed economiche, dentro e fuori dai propri confini[18]. Una riflessione geopolitica ed economica su quello che sta diventando il Medioriente e la nostra stessa Unione non deve cedere il passo a discorsi sulla difesa delle nostre presunte identità e culture contro un nemico che ci assedia dentro e fuori. Come Gilles Kepel non cessa di ribadire da molto tempo, radicalizzazione, marginalizzazione e polarizzazione economica delle nostre società sono intimamente legati[19]. Dobbiamo essere capaci di scavare in profondità per capire a che dinamiche effettive rispondano il terrorismo e la radicalizzazione da cui non potranno certo difenderci tutti i muri e le prigioni di questo mondo.         [1] Cicerone, Marco Tullio, Catilinarie, IV Catilinaria. [2] L’istituzione giuridica degli statuti di ‘combattente nemico’ (combattant ennemi) e di ‘combattente illegale’ (unlawful combatant) è uno dei pilastri più contestati dell’Usa Patriot Act e serve per designare qualsiasi individuo sia sospettato di attività terroristica (definizione che, come vedremo, si presta a molte torsioni), senza alcuna incidenza probatoria. Ricorrendo a tali formulazioni, per esempio, gli Stati Uniti possono aggirare l’art. 5 della Terza Convenzione di Ginevra (quello relativo ai prigionieri di guerra) detenendo così senza processo e per un tempo indefinito degli individui semplicemente accusati di attività terroristiche che non farebbero pertanto parte di un’armata tradizionale. Cfr. http://www.nytimes.com/2002/03/29/world/nation-challenged-prisoners-rumsfeld-backs-plan-hold-captives-even-if-acquitted.html?scp=8&sq=a+nation+challenged&st=nyt [3] Sullo Usa Patriot Act, entrato in vigore il 26 ottobre 2001 e successivamente prorogato con varie modifiche sino al 2019 esiste una vasta bibliografia. Senza pretese di esaustività indico solo : a Brasch, Walter, America's Unpatriotic Acts: The Federal Government's Violation of Constitutional and Civil Rights. Peter Lang, Berna 2005. Cole, Dave; Dempsey, James X, Terrorism and the Constitution: Sacrificing Civil Liberties in the Name of National Security, New York: W. W. Norton & Co., 2002. Harvey, Robert; Volat, Hélène, De l'exception à la règle. Usa Patriot Act, Lignes, Paris, 2006. [4] Sassen, Saskia, Expulsions. Brutality and Complexity in the Global Economy, Harvard University Press, 2015. [5] A tal proposito rinvio a Limes, Rivista italiana di Geopolitica, «La strategia della paura», n. 11/2015, Roma, dicembre 2015, ed in particolare agli articoli : «La brutta china dello stato d’eccezione» di Rafone, Paolo, pp. 171-179; «La battaglia di Parigi» di Ilari, Virgilio, pp. 181-185 e «L’islamizzazione dell’(in)sicurezza» di Baldaro, Edoardo e D’Amato, Silvia, pp. 189-216. [6] de Robespierre, Maximilien, Œuvres de Robespierre, recueillies et annotées par A. Vermorel, F. Cournol, Paris, 1867. Cit p. 301. [7] Ibid. [8] Ivi, p. 302. [9] Ibid. [10] In modo molto significativo, Giorgio Agamben ha affermato: «Lo stato di necessità non è uno «stato del diritto», ma uno spazio senza diritto (anche se esso non è uno stato di natura ma si presenta come l’anomia che risulta dalla sospensione del diritto)» (Agamben, Giorgio, Stato d’eccezione, Bollati Boringhieri, Torino, 2003. Cit. p. 66). [11] Tratto dall'articolo «De l’État de droit à l’État de securité» di Giorgio Agamben pubblicato su Le Monde il 23.12.2015. Trad. mia [12] È quanto argomenta Paolo Raffone in «La brutta china dello stato d’eccezione» apparso su Limes 11/2015, p. 172. [13] Per il testo competo del discorso: http://www.elysee.fr/declarations/article/discours-du-president-de-la-republique-devant-le-parlement-reuni-en-congres-3/ [14] Vedere in proposito l’articolo di Paolo Raffone (in particolare le pp. 176-177) sul già citato numero di Limes. [15] Riprendo qui la definizione di Anne Giudicelli, specialista del mondo arabo musulmano e fondatrice di TERR(o)RISC. [16] «Qualora uno Stato membro subisca un'aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri. Gli impegni e la cooperazione in questo settore rimangono conformi agli impegni assunti nell'ambito dell'Organizzazione del trattato del Nord-Atlantico che resta, per gli Stati che ne sono membri, il fondamento della loro difesa collettiva e l'istanza di attuazione della stessa» [17] I seguenti articoli sviluppano la questione in termini interessanti e collocano il principio di partecipazione comunitaria alla difesa di uno Stato entro altre forme di accordi sovranazionali: http://www.bruxelles2.eu/2015/11/16/la-france-peut-elle-declencher-une-clause-de-solidarite-de-ses-allies/ ; http://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2015/11/16/francois-hollande-peut-il-contraindre-les-autres-pays-europeens-a-porter-assistance-a-la-france_4811308_4355770.html.   [18] Da questo punto di vista condivido pienamente le parole il discorso dell’economista Thomas Piketty che ha denunciato i limiti di misure che sappiano essere solamente securitarie. http://www.anti-k.org/2015/11/22/thomas-piketty-le-tout-securitaire-ne-suffira-pas/ [19] Su questo tema, rinvio a  Les Banlieues de l'islam. Naissance d'une religion en France, Seuil, Paris, 1987 ; Banlieue de la République. Société, politique et religion à Clichy-sous-Bois et Montfermeil, Gallimard, Paris, 2012 ; Terreur dans l'Hexagone, Genèse du djihad français, Gallimard, Paris, 2015.      
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